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Le premesse di una dipendenza

Per smettere di fumare, riporta La Stampa, non basta la disintossicazione. Bisognerebbe seguire «”lezioni” per imparare a gestire la rabbia: lo sostiene uno studio della University of California. I test condotti su 20 fumatori hanno scoperto che la nicotina aiutava a calmare l’aggressività e che nella maggior parte dei casi gli amanti delle “bionde” erano persone portate a reazioni rabbiose».

Il test effettuato sui fumatori in trattamento è molto semplice: un videogioco dove, alla fine, si può “punire” l’avversario con un potente segnale acustico. La sperimentazione ha rivelato che quando i fumatori erano in astinenza, tendevano a tramortire l’avversario con maggior vigore: «segno di alta propensione all’aggressività».

«Secondo i ricercatori, la nicotina influisce sulla parte del cervello che regola l’emotività. I fumatori che non riescono a smettere probabilmente hanno difficoltà a mantenersi calmi e per evitare reazioni troppo rabbiose finiscono per accendersi una sigaretta, che svolge l’effetto di un tranquillante».

Di conseguenza le terapie antifumo «dovrebbero contemplare anche un allenamento a gestire la rabbia nelle situazioni che mettono a dura prova i nervi e scatenano un forte desiderio di tabacco».

A volte la medicina ha la tendenza a considerarsi una scienza capace di risolvere, o almeno comprendere, ogni tipo di disagio fisico, psicologico, emotivo.

Fa piacere, quindi, se qualche ricerca scientifica aiuta a cambiare prospettiva, e rivela che considerare l’essere umano solo per la sua fisicità è un approccio limitato e insufficiente a offrire un quadro globale della persona, dei suoi problemi e delle possibili soluzioni.

Naturalmente è possibile curare sul piano medico la dipendenza da nicotina o da altre sostanze; il fatto che ci sia un “dopo” da affrontare, però, dimostra che il problema non si ferma alla sfera medica, ma si allarga al piano psicologico e spirituale.

Razionalmente parlando, d’altronde, la dipendenza non ha senso: nessuno dovrebbe cercare qualcosa che lo fa stare male e che, a fronte a un breve momento di piacere, lo rende schiavo.

Attaccarsi alla sigaretta per stemperare la rabbia comporta la presenza di un motivo di insoddisfazione o di irritazione: solo eliminando questa causa il bisogno di mantenere la dipendenza avrà qualche possibilità di venire superato.

Le premesse di una dipendenza nascono quindi nel vissuto di una persona, in quel complicato equilibrio di relazioni e situazioni che costituisce il retroterra umano, familiare, culturale di ognuno di noi.

L’approccio medico può curare una dipendenza, ma non basta a spiegarla; non c’è quindi da stupirsi se non riesce a debellarne le cause e, di conseguenza, a tenerne lontani.

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Tra carte e comode rate

Repubblica dedica ampio spazio al reverendo John Jenkins della First Baptist Church di Glenarden, a due passi da Washington, protagonista di una crociata contro il consumismo: «John K. Jenkins, il pastore, lo ripete in continuazione: “Non dovete diventare schiavi dei debiti e dei creditori, lo dice la Bibbia” e parte con le citazioni di capitoli e versetti. Nella crisi economica americana, che si mostra soprattutto nelle difficoltà di pagare le rate dei mutui, delle carte di credito, delle auto o dell’assicurazione sanitaria, un ruolo di aiuto sempre maggiore lo sta giocando la religione. […]
Così in tutto il Paese, accanto ai tradizionali corsi di catechismo o prematrimoniali, sono nate le classi di Financial Freedom – libertà finanziaria – per insegnare a gestire l’economia familiare, a rientrare dai debiti e a vivere di quello che si ha».

Per Jenkins, scrive Mario Calabresi, «Il nuovo “satana” sono le carte di credito, che danno l’illusione di una ricchezza che in realtà non si possiede».

Il problema esiste anche da noi, per quanto in forma diversa. Certo, bisogna sostituire “carta di credito” con “rata mensile”, ma il risultato è lo stesso. Galeotto fu chi inventò il pagamento rateizzato, e incauto chi lo definì “comodo”: l’illusione di poter acquistare qualsiasi cosa si desideri, senza limiti, pur di non provare disagio per quella quota che, mensilmente, alleggerisce il nostro conto corrente. In certi casi fino a farlo diventare trasparente.

Un tempo esistevano corsi di economia domestica che insegnavano ad amministrare le finanze familiari; oggi evidentemente quella preparazione è venuta a mancare, se anche i meno sprovveduti non sanno districarsi tra tan e taeg, e finiscono per stipulare finanziamenti capestro quando potrebbero almeno, con un minimo di buonsenso, ottenere condizioni decisamente migliori.

Se il problema esiste, ed è esteso, è opportuno correre ai ripari, come ha fatto il reverendo Jenkins: magari, al grido di “a mali estremi, estremi rimedi”, triturando le carte di credito – si sa, negli USA sono piuttosto plateali – e soprattutto offrendo corsi per insegnare a gestirsi meglio. Che non significa tanto sapersi districare tra le condizioni dei circuiti creditizi, quanto imparare a spendere nel modo migliore.

Sembrerà strano, ma su questo versante la Bibbia è una insospettabile fonte di suggerimenti e indicazioni: non è un pretesto, e se ne sono accorti in molti anche in Italia, dove manager di successo che hanno sperimentato l’efficacia di queste indicazioni e hanno sviluppato corsi dedicati alla cura delle proprie finanze in maniera saggia.

Qualcuno obietterà chiedendosi se sia davvero un tema che riguarda la vita cristiana. Tutto sta nel capirsi: se per vita cristiana intendiamo ogni aspetto dell’esistenza, anche quelli più concreti, allora la risposta non potrà che essere affermativa.

La saggezza, l’equilibrio, il senso di responsabilità sono capisaldi nella vita di ogni cristiano: dal punto di vista più strettamente spirituale, ma non solo.