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Quando il mondo non basta

A volte la realtà supera la fantasia. Altre volte la asseconda.  A dimostrarlo stavolta è l’ONU, il carrozzone che lungimiranti statisti vollero dopo la Seconda Guerra Mondiale per favorire il dialogo tra Paesi e continenti, e scongiurare per il futuro un nuovo conflitto planetario.

Un obiettivo onorevole, quello pensato per l’ONU, che però non venne messa in condizione di operare con la dovuta efficacia e la necessaria equidistanza, ritrovandosi spesso sbilanciata nelle sue risoluzioni da maggioranze antidemocratiche, turnazioni surreali, alleanze improbabili, fascinazioni ideologiche: in due parole, ostacolata dagli inevitabili – e insuperabili – interessi di parte.

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L’uomo nella rete

Non ci sono molti dubbi sul fatto che Internet, e la tecnologia in generale, ci stanno cambiando la vita: i tempi si accorciano, le opportunità aumentano, i contatti si estendono, le informazioni si diffondono su scala globale con ritmi e dimensioni impensabili fino ad appena vent’anni fa. Questi sono i “pro”; ci sono, poi, i “contro”, che un articolo sulla Stampa di oggi riassume in una domanda angosciata: “Internet ci rende stupidi?”.

Citando lo studioso americano Nicholas Carr, il quotidiano torinese avvisa che «nell’arco di pochi anni saremo tutti superficiali, incapaci di concentrarci per più di qualche minuto o di distinguere una informazione importante da quelle irrilevanti».

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Il (presunto) miracolo piteco

E rieccoci. Puntuale come l’influenza, a ogni cambio di stagione arriva lo scoop epocale: «Trovato il presunto “anello mancante” tra l’uomo e la scimmia». Spiega il Corriere che  si tratterebbe di una specie nuova, che «si colloca tra l’australopiteco (3,9 milioni di anni fa) e il primo ominide riconosciuto, l’homo habilis».

Lo scheletro di questo nostro ipotetico predecessore, o di questa sconosciuta specie di scimmia (permetteteci di mantenere un ragionevole dubbio sul fatto che le due cose coincidano) è stato rinvenuto in Sudafrica, «a Sterkfontein, in un sistema di grotte noto come la “Culla dell’umanità”, un sito catalogato come “Patrimonio dell’umanità” dall’Unesco. Lo scheletro, che è quasi completo nonostante abbia circa 2 milioni di anni, appartiene a un ominide che secondo gli esperti assomiglia all’Homo Habilis».

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Illustri sconosciuti

Per qualcuno si tratta di un vero e proprio sacrilegio: il vicepresidente del Consiglio nazionale delle ricerche (CNR), istituto pubblico nazionale che si occupa di promuovere l’attività scientifica nel nostro Paese, è un creazionista.

Una circostanza che suona come un’eresia per la maggioranza degli scienziati italiani: e non poteva essere diversamente dato che, da 150 anni, la scienza ha legato la sua autorevolezza e il suo prestigio alla tesi dell’evoluzione, facendone dottrina e testo sacro per chiunque avesse intenzione di varcare la soglia delle discipline sperimentali.

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Le scelte e il rispetto

Non so a voi, ma a me ieri l’annuncio degli scienziati britannici è sembrato un po’ sospetto.

La notizia era delle migliori: pare che tra tre anni sarà possibile creare sangue “artificiale” per sopperire alla carenza di donazioni e venire incontro alle necessità degli ospedali, specie in periodi e in situazioni di emergenza.

Un dettaglio che non sarà sfuggito ai più era un discreto “partendo dalle cellule staminali embrionali“. Il dato, di suo, mi ha ricordato gli annunci dei magistrati al termine di certe indagini, quando si rileva che per il successo “è risultato essenziale l’uso delle intercettazioni telefoniche“. Succede spesso, soprattutto nei periodi in cui il parlamento tenta di regolamentare l’ascolto delle conversazioni da parte degli inquirenti.

Forse è solo un’impressione, ma quel “partendo dalle cellule staminali embrionali” suona subliminale, e sembra voler polemizzare con i dubbi di chi non accetta, sul piano etico, gli interventi sulle cellule fecondate. «Vedete? – sembrano dire gli scienziati – Con le staminali embrionali possiamo salvare la vita a tante persone e migliorare la qualità dell’esistenza a molte altre, ma voi vi opponete».

Per questo offrono un certo sollievo le dichiarazioni di oggi da parte di un esponente del governo, il sottosegretario al Welfare Ferruccio Fazio: ha annunciato che anche l’Italia sta lavorando su un progetto simile, e tra tre anni potremmo produrre sangue dalle staminali. Precisando però che, per noi, si tratta di una scelta diversa: i globuli rossi verranno prodotti a partire da cellule staminali adulte.

Un sistema che, precisa il Corriere, supera «già in partenza eventuali problemi etici legati all’impiego degli embrioni».

Scopriamo peraltro che il metodo delle staminali adulte è quello scelto anche dalla Darpa, l’agenzia per i progetti di ricerca avanzata per la difesa americana: quindi un sistema conosciuto e praticabile.

Viene allora da chiedersi come mai i sudditi della Regina non abbiano preso in considerazione questa opzione, ignorando bellamente le polemiche che potrebbero seguire sul piano etico.

Speriamo ci siano ragionevoli motivi scientifici che hanno portato il team britannico a usare nonostante tutto le staminali embrionali: altrimenti significherebbe che la scienza, per alcuni, è ciò che per altri è la religione o l’ideologia: un fine che giustifica la mancanza di rispetto.

Quando succede agli altri, lo chiamano fanatismo.

Scienziati infelici

Uno studio scientifico segnalato oggi da Repubblica ci mette di fronte alla triste realtà: «Passa tutto, anche abbastanza in fretta, e dopo qualche tempo, cinque anni al massimo, si torna a essere felici come una volta. Chi più, chi meno».

Insomma: come esseri umani abbiamo una notevole capacità di adattamento, e questo comporta da un lato che il dolore non è permanente, ma dall’altro lato che nemmeno la felicità è costante.

La ricerca, curata da economisti e psicologi, è durata vent’anni e ha coinvolto oltre diecimila tedeschi tra i 16 e gli 80 anni; gli studiosi hanno preso in considerazione sei momenti che, nel bene e nel male, lasciano il segno nella vita di una persona: matrimonio, nascita di un figlio, divorzio, perdita del partner, disoccupazione e licenziamento.

Gli esperti hanno poi valutato, per ogni singola persona, “le oscillazioni del livello di soddisfazione” che negli anni precedevano e seguivano lutti e lieti eventi, misurando l’umore e scoprendo che tutto, nel bene e nel male, si dimentica.

Non solo: nonostante nella capacità di adattarsi molto dipenda dal carattere e dai “marcatori genetici” delle singole persone, è possibile individuare un lasso di tempo capace di curare le ferite e stemperare le gioie: cinque anni. In un lustro, infatti, si torna più o meno come si era prima.

Gli esperti hanno concluso con un consiglio abbastanza deprimente: «Provare la durata della felicità ci deve servire a essere più fatalisti».

La ricerca ci ricorda ancora una volta il libro dell’Ecclesiaste, dove – con metodi meno scientifici – il protagonista aveva già provato a verificare la radice più profonda della felicità umana. La sua conclusione era stata, guarda caso, che tutto è inutile, che nulla cambia veramente la nostra esistenza e che prima o poi tutto torna com’era.

Le somiglianze con la ricerca tedesca sono sorprendenti, ma le conclusioni opposte. Scoprire quanto siano vane le vicende umane ha portato gli scienziati a concludere che la vita non ha senso, che la nostra esistenza è un mesto gioco dell’oca dove periodicamente si viene retrocessi al via.

Salomone, al contrario, nel vedere l’inutilità sostanziale di ogni gesto umano ha rafforzato la propria fede e la certezza che l’unico vero significato per la vita può venire proprio dal rapporto dell’uomo con Dio.

Per gli scienziati questa ricerca è solo una triste conferma: l’esistenza, dicono, è solo una vite spannata che gira a vuoto. Per Salomone – e, speriamo, per ogni cristiano – è invece la conferma del fatto che Dio è ancora, e sempre di più, l’unico motivo per il quale vale la pena vivere.