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Egualitarismi travisati

Il Corriere dedica un articolo al secolare conflitto tra bellezza e sapere.

Prima scena. Un gruppo di studentesse universitarie londinesi partecipa a uno dei tanti concorsi di bellezza organizzati per attirare gli sguardi maschili e illudere le menti femminili che l’estetica basti a costruirsi un futuro (una su mille ce la fa, le altre arrancano. E forse, a ben guardare, finisce meglio per quelle che non ce la fanno).
Sia giusto o sbagliato, succede: in ogni stagione, in ogni parte del mondo.

Seconda scena. Un gruppo di studenti inviperiti contesta il concorso di bellezza. «Questa gara va cancellata. Veniamo all’università per essere giudicati sulla base della preparazione accademica e non per mostrare caratteristiche esteriori», ha detto una rappresentante studentesca davanti al locale dove aveva luogo la sfilata.

In fondo non c’è niente di strano: le fanciulle hanno la libertà di esporre le loro grazie, le femministe il diritto di contestare la mercificazione della bellezza esteriore. Quel che stupisce, semmai, sono gli argomenti usati.

Non abbiamo motivo né interesse a difendere un genere di manifestazione ormai inflazionato, che con gli anni ha perso in termini di buon gusto e guadagnato in banalità.

Ma la logica non è un’opinione. Nessuno mette in dubbio che l’università non sia il luogo per esporre le proprie velleità da veline (anche se, con un rapido giro in biblioteca, spesso si resterebbe convinti del contrario). Nessuno mette in dubbio che non siano le caratteristiche esteriori a garantire un risultato accademico (anche se, dalle cronache degli ultimi anni, la si potrebbe pensare diversamente).

Il fatto è che suona ridicolo indignarsi perché «il concorso esclude le ragazze che non hanno le caratteristiche per comparire sulle pagine delle riviste glamour».

Non siamo tutti uguali (e meno male). L’importante è non considerare questa differenza un handicap e non vivere la differenza con invidia, quanto piuttosto come arricchimento.

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