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Divieto d’eccesso

Oggi sul Corriere Piero Ostellino se la prende con i divieti che nel nostro Paese, “dal fumo alla Nutella”, sono diventati una vera “ossessione”: ne siamo oppressi, scrive l’editorialista, «e già se ne profilano altri».

L’elenco sarebbe lungo, dal «divieto di fumare» in ogni luogo possibile, al divieto «di superare i 130 o i 150 nei tratti col Tutor, anche se su un’autostrada a tre corsie, deserta».

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Voci nel silenzio

“Meglio dedicare il minuto di silenzio ai morti sul lavoro”, ha detto il preside di una scuola romana, evidentemente allergico al lutto nazionale di ieri, indetto per piangere i sei soldati italiani caduti in Afghanistan.

Quella del direttore scolastico è una posizione minoritaria, certo, ma non isolata se anche su Facebook – che sempre più si conferma come il regno della superficialità – si chiedeva di condividere piuttosto un più generico lutto «per coloro che muoiono sul lavoro in un paese senza regole, senza controlli, senza giustizia. Senza finire sul giornale, lodati come eroi».

Posizione comprensibile, ma che inevitabilmente si pone in aperta polemica – politica, ideologica o sociale: fa poca differenza – nei confronti di una vicenda drammatica delicata come la morte dei nostri sei militari.

Il punto è proprio questo: in un momento di dolore ha senso la polemica? Ha senso chi urla “pace” al microfono dei funerali di Stato? Ha senso – o, piuttosto, ha cuore – chi scrive “-6” sui muri di Milano?

Qualcuno obietterà che, in altri momenti, la voce della contestazione si perde nell’indifferenza. Ed è innegabile che sia così. Però, esprimendo un disagio in questo modo si perde il senso del rispetto, della pietà, dell’umanità verso chi soffre. Certo, la morte è uguale per tutti e il dolore non conosce ufficialità, ma se passa l’assioma che ogni lutto è uguale, allora si perde il senso delle proporzioni e il significato del gesto. Se ogni sofferenza è uguale, allora ha ragione chi mette sullo stesso piano il dolore della vittima e del carnefice.

Se ogni morte è uguale, allora non ha senso guardare con gratitudine chi si è sacrificato per darci la libertà. E, forse, nemmeno chi ci ha donato la Vita.

Sia chiaro, non è giusto sminuire la fine di chi perde la vita per l’assenza di sicurezza sul posto di lavoro. Ma è un problema diverso, e non gli si rende onore sfruttando la scia di un altro lutto.

Una voce nel silenzio si sente forte. Ma chi parla rivela tutta la sua debolezza.

Finché non costa niente

I gestori dei locali notturni di Jesolo hanno deciso di lamentarsi per i troppi controlli che le forze dell’ordine stanno effettuando, in questa estate 2009, controlli che «danneggiano l’immagine turistica della città».

La polizia, per bocca del suo portavoce, risponde quasi incredula alle proteste: «Ci dicano loro cosa dobbiamo fare. Senza questi controlli non ci può essere sicurezza, altrimenti si rischia di fare solo propaganda fine a se stessa».

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Il valore di una prospettiva

«Tutto può avere un prezzo, persino il sentirsi dire “ti amo”», spiegano gli autori di “Sei molto ricco, ma ancora non sai di esserlo”, volume uscito in questi giorni nel Regno Unito.

Come si calcola il valore della felicità? I due hanno preso in considerazione un migliaio di persone cui è stato chiesto di dare un punteggio a un particolare aspetto della vita (l’amore, la stabilità, i figli etc). Hanno poi agganciato questo calcolo “alla sensazione che si proverebbe nel vincere alla lotteria”, e hanno quindi trovato il presumibile valore di un momento piacevole, di una sensazione, di un rapporto.

Sul podio tre evergreen: salute, amore, stabilità. Infatti «Al primo posto, con un valore economico di circa 207mila euro, c’è la sensazione che proviamo quando ci viene detto che godiamo di buona salute e che non soffriamo di nessuna malattia. L’amore, in particolare il sentirsi dire “ti amo”, ha un valore stimabile in circa 188mila euro, e si piazza al secondo posto. Segue, a circa diecimila euro di distanza, la sensazione che si prova nel vivere una relazione stabile: poco più di 178mila euro».
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Senza luce

A Pisa scoppia la polemica in occasione della festa del patrono, San Ranieri: “Candele obbligatorie per il santo, alle finestre buie multa di 500 euro”, titola oggi il Corriere.

Si tratta di un’ordinanza che il sindaco, Marco Filippeschi, ha emanato per illuminare il Lungarno in occasione della festa patronale, definita «una delle più suggestive della Toscana»: ottantamila ceri, domani sera, brilleranno sulle finestre delle case affacciatesul fiume.

La decisione ha sollevato un polverone, con «minacce di ricorsi al difensore civico, accuse di provvedimenti liberticidi e anche poco tolleranti nei confronti di altre religioni».

L’ordinanza, però, è chiara: obbliga i proprietari ad accendere i lumini, pena una multa piuttosto salata (dai 200 ai 500 euro). A controllare sarà una task force degna di migliore occupazione, composta da vigili urbani, carabinieri, poliziotti e finanzieri.

L’ordinanza prende le mosse nientemeno che dal pacchetto sulla sicurezza firmato dal ministro Maroni: «Abbiamo applicato l’articolo che prevede interventi in caso di degrado urbano – spiega l’assessore alle Manifestazioni storiche, Federico Eligi -. Il motivo? Purtroppo i buchi neri, ovvero i lumini spenti, nei palazzi dei lungarni per san Ranieri sono una vera e propria offesa all’estetica della città. In più, c’è anche un problema sicurezza. Il 16 notte in questa parte di Pisa si spegne completamente l’illuminazione pubblica e a rischiarare le strade sono solo i ceri».

Una spiegazione che, speriamo, sia pervasa quantomeno da un filo di consapevole ironia, visto che le motivazioni addotte potrebbero venir smontate con facilità da qualsiasi persona dotata di una logica.

Insomma: volenti o nolenti, credenti o miscredenti, i pisani con la fortuna di possedere una casa sul Lungarno, dovranno accendere un cero al patrono.

Sarebbe sicuramente esagerato scomodare vicende bibliche come la storia degli amici del profeta Daniele, obbligati a inchinarsi davanti alla statua dell’imperatore: il buonsenso ci impone di riconoscere che si tratta solo di un’iniziativa di carattere estetico, ancorché infelice e discutibile, proposta dall’amministrazione comunale.

In fondo non dovremmo nemmeno stupirci troppo: viviamo in un contesto cattolico, checché se ne dica, e le nostre città pullulano di riferimenti alla storia religiosa del nostro paese; sono già molti coloro che, ultimi arrivati, vorrebbero vedere abolire questi simboli, senza andare troppo per il sottile: ma si sa, l’estremismo non ha mai dato prova di delicatezza e nemmeno di ragionevolezza.

Non ha molto senso unirsi al coro dei novelli iconoclasti, anche se sicuramente alcuni dubbi sorgono.

Dubbi nei confronti di un’amministrazione di centrosinistra che sorprende: ci avevano spiegato che proprio quella era la casa del rispetto per le differenze, per le diversità, per le minoranze. E immaginiamo l’imbarazzo di chi, se la decisione fosse stata presa dalla giunta di un altro colore, avrebbe alzato giaculatorie contro l’ordinanza, e ora invece glissa con non chalance.

Ma sorgono dubbi anche nei confronti dei metodi: approfittare di una legge che si occupa di estetica delle città per imporre un obbligo dai risvolti così delicati – si tratta pur sempre di questioni religiose – dimostra poco tatto e un senso di opportunità politica poco sviluppato.

Come si diceva, non è il caso di farne una questione di principio né trarne fosche profezie. Spiace però che la giunta comunale di una città come Pisa non si renda conto dell’assurdità e della inopportunità di una simile scelta.

La credevamo una giunta illuminata. E invece, a quanto pare, il Lungarno pisano ha proprio bisogno di un po’ di luce.

Certezze illogiche

I greci la chiamavano “ubris”: era la tracotanza di chi si voleva elevare al livello della divinità (e per questo veniva punito).

La ubris torna in mente di fronte alle parole granitiche, senza la scalfitura del benché minimo dubbio, dello psicoterapeuta Fulvio Scaparro. Intervistato dal Corriere per commentare la vicenda di Stella, bambina nata in questi giorni dal seme paterno congelato 22 anni fa, Scaparro non lascia spazio a obiezioni: «La storia di Stella? Una notizia splendida. Un successo della scienza che non avrà conseguenze psicologiche negative sulla bambina».

Ne è sicuro, nonostante si tratti del primo caso di questo genere, perché «Stella è nata da due genitori che la desideravano. Ed è questo a contare».

La scienza è una materia in continua evoluzione: sviluppa conoscenze, testa risultati, sperimenta soluzioni. Supera ogni giorno i suoi limiti, e questa continua marcia all’avanguardia dell’umanità porta a esplorare campi ancora sconosciuti, a sondare reazioni incognite, in un incrocio continuo tra scienza, società, fede.

Per questo lascia perplessi, e forse un po’ angosciati, sentire uno scienziato esprimersi con tanta certezza. Le certezze ce le aspettiamo da valori sociali consolidati nel tempo, e le cerchiamo nella fede.

Suona piuttosto preoccupante leggere baldanti rassicurazioni da parte di chi può solo sperimentare e verificare le reazioni dei test, né rasserena sentire risposte che vendono certezze assolute in base a schemi che solo in parte si possono applicare al caso specifico.

Non rasserena, anzi: porta a chiedersi se davvero possiamo fidarci di una scienza che non sa ammettere i suoi limiti, e pretende all’occorrenza di farsi anche fede.

I palliativi e la soluzione

A Londra «Per far fronte a migliaia di casi di adolescenti rimaste precocemente incinta il governo britannico si appresta a autorizzare le cliniche per l’interruzione di gravidanza a fare pubblicità in tv e in radio… saranno confezionati anche pubblicità “progresso” per insegnare il corretto uso del profilattico. Ovviamente il tutto trasmesso nelle ore di maggior ascolto».

Nella provincia inglese «Le studentesse di scuola secondaria inglese, poco più che bambine tra gli 11 e i 13 anni di età, potranno richiedere la pillola del giorno dopo, e per evitare imbarazzi potranno farlo via sms» senza che i genitori vengano informati. Il progetto parte «dopo un aumento inquietante di quasi il 10 per cento del numero delle ragazze minorenni rimaste incinte negli ultimi due anni» nell’Oxfordshire.

Alle obiezioni di chi crede che si stia dando un messaggio sbagliato alle giovanissime, i sostenitori del progetto ribattono che si tratta di moralismi, che bisogna stare al passo con i tempi.

Non ci si chiede, naturalmente, se non siano proprio i tempi moderni ad aver causato questa situazione, e si preferisce il corto circuito delle soluzioni-tampone, evitando accuratamente di affrontare il problema alla radice.

Forse la domanda di fondo è se la scuola, lo stato, la società debbano formare, o limitarsi a informare.

Nel secondo caso la situazione si fa scivolosa: anche l’informazione più neutrale è parziale, e l’informazione asettica non consente uno sguardo d’insieme sui problemi, portando il soggetto a farsi un quadro parziale.

Dire che la prevenzione è indispensabile non è sbagliato, ma non basta: è necessario far presente che non c’è solamente la prevenzione, ma un’igiene di vita che, irrisa sul piano morale, trova la sua rivincita nei riscontri concreti.

Checché se ne dica, chi vive con responsabilità vive meglio. Non vale solo per il consumo di alcolici, ma in tutti i settori dell’esistenza: dalle relazioni sentimentali alla cucina, dalla sicurezza sulla strada ai rapporti interpersonali.

In fondo l’umanità si interroga da sempre sulla strada da seguire, sul comportamento da tenere, sul modo di relazionarsi.
La risposta – quella vera, non un semplice palliativo – non è fatta di spot, di soluzioni del giorno dopo, di precauzioni.

È contenuta in un concetto più semplice e allo stesso tempo più profondo, sorprendentemente elementare e paurosamente impegnativo: vivi responsabilmente.

Ai raggi “x”

Scrive Michele:

Ecco l’ultima di Google sulle mappe e l’interazione con i telefonini.
Questa applicazione permette di comunicare e condividere con chi si vuole, la propria posizione, utilizzando le antenne GPS che ci sono oramai su tutti i più moderni telefoni cellulari. L’applicazione potrebbe essere molto utile ad alcuni di noi… ma il mio personale dubbio è: “come posso sapere se l’applicazione lavora anche quando io
non le do esplicito consenso?”
In fin dei conti una volta che si installa un’applicazione, questa può fare – il più delle volte – quello che vuole senza chiedere troppi permessi, e a questo punto mi troverei ad essere tracciato negli spostamenti e monitorato da chi può essere interessato a farlo.

In realtà Latitude di Google fa anche di più: non ha bisogno dell’antenna gps per individuare un cellulare; può rintracciare il segnale elaborando i dati delle celle gsm a cui siamo connessi in quel momento.

È naturale che, di fronte a un servizio così “sensibile”, nasca qualche inquietudine sull’uso che Google, o chi per lui, potrà fare della nostra traccia elettronica. Google, ma non solo lui: basta aver seguito le cronache di queste settimane per porsi qualche domanda.

Primo esempio: la settimana scorsa, nella drammatica vicenda di Guidonia, gli investigatori sono risaliti ai colpevoli della violenza proprio perché questi hanno incautamente acceso il cellulare del fidanzato della vittima.

Secondo esempio: ieri i giornali raccontavano che il signor Genchi aveva (ha?) le schede di cinque milioni di utenze telefoniche, a scopi giudiziari; non vogliamo sapere quanti siano i numeri controllati da altri intercettatori in relazione ad altre inchieste, o a motivi di sicurezza più o meno fondati.

Di fronte a notizie simili, un servizio come Latitude fa appena sorridere.

Siamo già rintracciabili e rintracciati; le nostre telefonate sono ascoltabili e ascoltate, i nostri scambi di e-mail sono setacciabili e setacciati. Insomma, vivere fuori o dentro la casa del Grande fratello non fa molta differenza. Certo, è angosciante, ed è anche poco coerente che succeda in uno stato di diritto come il nostro; però, per ora, è così. E non da oggi.

Visto un tanto, c’è un unico modo per non avere paura: essere “irreprensibili e integri, figli di Dio senza macchia in mezzo a una generazione corrotta e perversa”.

Sia chiaro, la situazione non ci rallegra, come non ci rallegrerebbe una persecuzione. Ma ci viene da pensare che non tutto il male venga per nuocere.

Infatti, chissà che la consapevolezza di essere potenzialmente osservati, ascoltati, controllati sempre e ovunque non diventi per noi uno stimolo a “risplendere come astri nel mondo, tenendo alta la parola di vita”, vivendo quindi in maniera più piena e consapevole la nostra vocazione cristiana.

Ai raggi "x"

Scrive Michele:

Ecco l’ultima di Google sulle mappe e l’interazione con i telefonini.
Questa applicazione permette di comunicare e condividere con chi si vuole, la propria posizione, utilizzando le antenne GPS che ci sono oramai su tutti i più moderni telefoni cellulari. L’applicazione potrebbe essere molto utile ad alcuni di noi… ma il mio personale dubbio è: “come posso sapere se l’applicazione lavora anche quando io
non le do esplicito consenso?”
In fin dei conti una volta che si installa un’applicazione, questa può fare – il più delle volte – quello che vuole senza chiedere troppi permessi, e a questo punto mi troverei ad essere tracciato negli spostamenti e monitorato da chi può essere interessato a farlo.

In realtà Latitude di Google fa anche di più: non ha bisogno dell’antenna gps per individuare un cellulare; può rintracciare il segnale elaborando i dati delle celle gsm a cui siamo connessi in quel momento.

È naturale che, di fronte a un servizio così “sensibile”, nasca qualche inquietudine sull’uso che Google, o chi per lui, potrà fare della nostra traccia elettronica. Google, ma non solo lui: basta aver seguito le cronache di queste settimane per porsi qualche domanda.

Primo esempio: la settimana scorsa, nella drammatica vicenda di Guidonia, gli investigatori sono risaliti ai colpevoli della violenza proprio perché questi hanno incautamente acceso il cellulare del fidanzato della vittima.

Secondo esempio: ieri i giornali raccontavano che il signor Genchi aveva (ha?) le schede di cinque milioni di utenze telefoniche, a scopi giudiziari; non vogliamo sapere quanti siano i numeri controllati da altri intercettatori in relazione ad altre inchieste, o a motivi di sicurezza più o meno fondati.

Di fronte a notizie simili, un servizio come Latitude fa appena sorridere.

Siamo già rintracciabili e rintracciati; le nostre telefonate sono ascoltabili e ascoltate, i nostri scambi di e-mail sono setacciabili e setacciati. Insomma, vivere fuori o dentro la casa del Grande fratello non fa molta differenza. Certo, è angosciante, ed è anche poco coerente che succeda in uno stato di diritto come il nostro; però, per ora, è così. E non da oggi.

Visto un tanto, c’è un unico modo per non avere paura: essere “irreprensibili e integri, figli di Dio senza macchia in mezzo a una generazione corrotta e perversa”.

Sia chiaro, la situazione non ci rallegra, come non ci rallegrerebbe una persecuzione. Ma ci viene da pensare che non tutto il male venga per nuocere.

Infatti, chissà che la consapevolezza di essere potenzialmente osservati, ascoltati, controllati sempre e ovunque non diventi per noi uno stimolo a “risplendere come astri nel mondo, tenendo alta la parola di vita”, vivendo quindi in maniera più piena e consapevole la nostra vocazione cristiana.