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Piccoli regali quotidiani

Era un periodo nero per Neil Pasricha: a trent’anni, improvvisamente, si trovava ad affrontare un divorzio, vivere problemi sul posto di lavoro, scoprire un amico seriamente malato.

Le disgrazie non vengono mai da sole, e sembravano addensarsi sulla sua testa con una intensità pericolosa. E poi si sa: i fatti condizionano la nostra percezione, e rischiano di portarci in un circolo vizioso di pessimismo e autocommiserazione.
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… si può dire “Pasqua”?

C’è chi si pregia di non celebrare le feste, ed evita accuratamente ogni sorta di messaggio augurale, ostentando con i malcapitati interlocutori un soddisfatto “io non festeggio”.

C’è chi, invece, non si crea problemi, e passa le giornate di festa con i familiari, di fronte a decine di portate, perdendo di vista le ragioni della festa, ma senza sentirsi in colpa perché “tutto è puro per i puri”.

C’è, a dire il vero, anche chi festeggia ricordando il significato della celebrazione, magari ripercorrendo le parti dei vangeli che raccontano i fatti rievocati nel periodo e ringraziando Dio per il suo intervento: si tratta di una minoranza, ma è bello sapere che qualcuno la vede anche così.

Non siamo qui per emettere giudizi di conformità: speriamo solo che ognuno abbia valutato il proprio comportamento attraverso una lettura onesta e organica di quel che dice la Bibbia.

Non ci stupisce, dicevamo, chi festeggia o non festeggia. Ci stupisce, semmai, chi si astiene dal festeggiare cristianamente la pasqua, ma poi diffonde messaggi di auguri per il nuovo anno, per i compleanni, per altre ricorrenze. Non che sia sbagliato, beninteso: ma è una questione di coerenza.

Per quanto mi riguarda, nella libertà cristiana, estendo a tutti gli amici di biblicamente la speranza e l’augurio (nell’accezione migliore del termine, per carità) di una buona pasqua: che sia un’occasione per rinnovare la nostra gratitudine verso Dio, nell’autentico ricordo di Gesù Cristo, morto al posto nostro e risorto per donare la vita a tutti coloro che ripongono la loro speranza in lui.

Oltre i luoghi comuni

L’ultima Fiera internazionale del turismo, a Milano, oltre a vedere un record di partecipazioni (130 paesi presenti con un loro stand, che si aggiungono agli spazi riservati alle regioni italiane), ha posto l’attenzione su una interessante tendenza: in un’epoca di crisi di valori (economici e spirituali), il vacanziero sceglie il turismo religioso.

«I luoghi delle religioni – riflette il Giornale – saranno le nuove mete turistiche, gli “itinera” spirituali evolvono dalla tradizione alla modernità e coinvolgeranno, nei prossimi mesi, oltre 300 milioni di persone nel mondo», dando vita a un giro d’affari enorme: stando ai dati del Wto-World Tourism Organization, le “forme di turismo motivazionale fondate su valori” spostano 18 miliardi di dollari.

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Il natale che non è

La migliore riflessione relativa a questo natale probabilmente l’ha scritta Claudio Magris, intellettuale laico, che lunedì 21 sul Corriere rifletteva su “Il natale e l’obbligo della felicità” (l’intervento completo è qui).

«A Lima – scrive Magris -, negli ultimi anni, durante la settimana di Natale la percentuale dei suicidi aumenta del 35%… Natale è una celebrazione degli affetti familiari, di una raccolta felicità, e chi se ne sente privo o povero ne soffre certo sempre, ma particolarmente in quei giorni. Giorni in cui si ostenta quel calore che gli manca e la cui mancanza si fa più acuta e talora insostenibile. Quel 35 per cento in più di morti disperati pesa come un dies irae».

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La giusta cornice

Capita, ogni tanto, di registrare un programma sbagliato. In questo caso, al posto di un telefilm, un programma di approfondimento. Capita di dargli un’occhiata, prima di cancellarlo, e di trovarci un servizio che non si sarebbe voluto vedere, se non riguardasse una vicenda vera.

Si parla di Africa e di stregoneria. Si parla di bambini lasciati alla mercè di stregoni: considerati per qualche motivo specioso portatori di maledizioni di ogni genere, molte famiglie affidano a persone di dubbia serietà uno dei figli, nella speranza che serva a liberare la famiglia dal malocchio.
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Tutto in un cognome

«Perché dovremmo portare solo il cognome paterno?»: è una discussione che dal Sessantotto, con maggiore o minore realismo, ciclicamente riprende quota anche nel nostro paese. Da qualche settimana se ne riparla per la proposta di legge del deputato Giulia Bongiorno, che prevede – qualora approvata – l’assunzione obbligatoria del doppio cognome per tutti i cittadini neonati.

Non dovrebbe trattarsi di una norma retroattiva, per cui saremo graziati dall’imparare una nuova firma alla nostra non più tenera età, e l’incombenza spetterà solo ai nuovi arrivati.

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Il trionfo dell'alibi

La notizia delle dimissioni di Dino Boffo, direttore di Avvenire, mi ha provocato lo stesso senso di smarrimento che mi aveva colto il 28 agosto scorso, di fronte alla prima pagina del Giornale. Un titolo urlato, un attacco personale nei confronti di un collega che ha espresso con sobrietà alcune obiezioni sulla moralità del premier. Niente a che vedere con le campagne mediatiche di altre testate, anche cattoliche, che in questi mesi avevano lanciato accuse e insinuazioni contro il Presidente del Consiglio: insomma, sembrava un caso montato sulla persona sbagliata.

Inizialmente l’avevamo presa come una campagna mediatica del Giornale, e lo stesso Berlusconi aveva assicurato di non essere al corrente della scelta di Feltri. Oggi che il fronte si allarga a un’altra testata di famiglia, qualche dubbio comincia a sorgere.

E, di fronte al rischio di una balcanizzazione del conflitto, viene infine da pensare che Dino Boffo abbia fatto bene.

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Il trionfo dell’alibi

La notizia delle dimissioni di Dino Boffo, direttore di Avvenire, mi ha provocato lo stesso senso di smarrimento che mi aveva colto il 28 agosto scorso, di fronte alla prima pagina del Giornale. Un titolo urlato, un attacco personale nei confronti di un collega che ha espresso con sobrietà alcune obiezioni sulla moralità del premier. Niente a che vedere con le campagne mediatiche di altre testate, anche cattoliche, che in questi mesi avevano lanciato accuse e insinuazioni contro il Presidente del Consiglio: insomma, sembrava un caso montato sulla persona sbagliata.

Inizialmente l’avevamo presa come una campagna mediatica del Giornale, e lo stesso Berlusconi aveva assicurato di non essere al corrente della scelta di Feltri. Oggi che il fronte si allarga a un’altra testata di famiglia, qualche dubbio comincia a sorgere.

E, di fronte al rischio di una balcanizzazione del conflitto, viene infine da pensare che Dino Boffo abbia fatto bene.

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Quei bisogni fraintesi

Tutte le testate hanno riferito della retata che, a Bari, ha portato in carcere sette persone accusate di concedere prestiti a usura.

Si tratta di un reato odioso, dato che l’usuraio approfitta senza scrupoli del bisogno altrui; in questa vicenda, poi, l’azione viene resa ancora più odiosa dal fatto che i prestiti venivano concessi ai “poveri”. Così, almeno, precisano i giornali.

Il dato, di per sé, suona quasi superfluo: di solito chi può garantire un certo reddito o possiede beni immobili non ha bisogno di prestiti, e se ne ha bisogno riesce a ottenerli da una banca, senza passare le forche caudine di un prestito sottobanco a tassi da capogiro.

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