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Quelle Porte aperte sul dramma

Una volta all’anno, il convegno di Porte Aperte fa bene.

Fa bene, perché è organizzato bene: abbastanza denso da dare informazioni precise sulla condizione dei cristiani perseguitati, ma sufficientemente leggero da permettere l’interazione tra i presenti (quest’anno a Rimini erano oltre trecento: meno dello scorso anno, ma comunque un numero ragguardevole in tempi di crisi) e la riflessione sul nostro ruolo di cristiani occidentali, privilegiati da una condizione di libertà e da diritti impensabili fuori dal nostro continente.
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L’incubo del limite

Due notizie. Raccontano storie molto diverse, sono riferite da quotidiani diversi, risultano ambientate in località diverse, eppure sembrano collegate tra loro da un comune denominatore.

La prima vicenda si svolge nelle aule del tribunale di Salerno, dove un giudice ha stabilito con una sentenza la liceità della «diagnosi genetica pre-impianto e all’accesso alle tecniche di fecondazione assistita nei confronti di una coppia fertile, portatrice di una grave malattia ereditaria».

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Il nome di Dio

È durato meno di una settimana il sollievo dei cristiani malesi, vessati da un governo ostile alle realtà religiose diverse dalla componente maggioritaria, islamica.

Rispetto ad altri Paesi, in Malesia esiste un problema in più, apparentemente di poco conto: una questione linguistica che da tempo dà ai musulmani un’ulteriore arma – è il caso di dirlo – dialettica.

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Pillole di tenerezza

Negli Stati Uniti spopolano i “Cuddle Parties”, feste a base di coccole: una dozzina di persone pagano tra i 20 e i 40 dollari per incontrarsi e scambiarsi tenerezze. Al bando la passione e le cattive intenzioni: i partecipanti desiderano dare e ricevere solo affetto.

«E’ un’idea carina ma nasconde un sistema fuorviante – spiega la sessuologa Francesca Romana Tiberi – e può avere solo un effetto placebo. Il sollievo è transitorio, un po’ come se si prendesse un ansiolitico, e una volta passato il momento ci si sente ancora più soli».

Insomma: cercare affetto puntando su formule anomale è solo una conseguenza di un approccio sbagliato ma diffuso, e gli americani – al solito – hanno semplicemente monetizzato la tendenza. Però rende bene l’idea dell’epoca disperata che stiamo vivendo.

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La prospettiva sul dolore

Farà certamente discutere la ricerca svolta dall’università tedesca di Monaco, secondo la quale l’agopuntura avrebbe solo un effetto placebo.

La conclusione arriva dopo aver preso in considerazione 6.700 pazienti, sottoposti a sedute di agopuntura effettuate senza tener conto delle tecniche orientali. Gli aghi venivano inseriti dagli addetti, ma non nei punti giusti, ossia non lungo le cosiddette “linee di pressione”. Il risultato è stato che i pazienti hanno comunque provato sollievo ai dolori.

Gli esperti si sono affrettati a precisare che questo non dimostra l’inefficacia dell’agopuntura, ma solo che spesso i risultati di una cura dipendono più da noi che dalla cura stessa: dalla fiducia, dall’approccio ottimista, dall serenità, dalla convinzione del paziente.

Una conclusione che fa riflettere. Forse dovremmo rivalutare il nostro approccio con la medicina, che naturalmente non è inutile, ma deve essere gestita con buonsenso. Troppo spesso ci affidiamo in maniera acritica alla scienza o alla medicina alternativa; abbiamo fretta di guarire, di stare meglio, di ripartire con le nostre attività, di non interrompere i nostri impegni. È fuori dalle nostre corde l’idea di pensare ai perché di una situazione, di fermarci, di prendere in considerazione l’idea che anche la malattia sia funzionale alla nostra vita, un momento fisiologico con un significato.

Da perfetti occidentali, pragmatici e inquadrati, semplicemente rifiutiamo l’idea di poter stare male, e bombardiamo a forza di pastiglie anche le indisposizioni più banali.

Quando poi ci troviamo ad affrontare una malattia, o un disagio, o un problema che non si può risolvere nel giro di 24 ore con una semplice ricetta medica, andiamo in crisi: estremizziamo la situazione, cominciamo a dubitare dell’amore di Dio e perfino la nostra fede ne esce provata.

In altre parti del mondo i “saggi” hanno sviluppato una sensibilità diversa nei confronti della malattia; parlando di “energie” hanno concentrato la loro attenzione sulla causa prima ancora che sull’effetto; scoprendo la “meditazione” hanno fatto propria la pazienza e la riflessione su quel che avviene attorno e dentro noi.

Da noi ha prevalso una prospettiva diversa, materiale e concreta, che alla lunga non ci convince più: per questo ormai molte persone considerano l’adesione alle filosofie orientali come una risposta adeguata al noto logorio della vita moderna.

Stupisce, ma forse non dovrebbe: spesso come cristiani puntiamo (consciamente o meno) a salute e ricchezza, liquidando la malattia e la disgrazia; cerchiamo il successo nel più breve tempo possibile, scartando con imbarazzo l’eventualità che non sia quella la nostra strada; vagheggiamo chiese grandi, sane, compatte e felici, svicolando di fronte all’idea che la chiesa possa essere anche travagliata, sofferente, esigua.

Se ci poniamo in una simile prospettiva non dovremmo poi stupirci nell’assistere al tracollo del vangelo in occidente: se la sofferenza per noi è solo un momento da cui uscire prima possibile, il nostro messaggio sarà un banale riflesso della nostra società, più che una seria riflessione sul vangelo.