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Cristiani a Terra

Le recenti vicende dei cristiani in Marocco, contro i quali si è registrato un rinnovato rigore da parte delle autorità, continua a far parlare l’Occidente: non quanto altre vicende, ma è sempre meglio di niente.

La scorsa settimana se n’è occupato anche Terra, settimanale di approfondimento di Canale 5, che ha dedicato una puntata agli “Infelici come una pasqua”, i cristiani perseguitati. Dopo un servizio dalla Nigeria – fronte sempre caldo, purtroppo – e dal Kosovo delle intolleranze serbe, è toccato appunto ai fatti marocchini.

Ed è emersa una situazione difficile, dove la libertà di culto è di fatto limitata nei confronti dei cristiani a una tolleranza, che devono muoversi con costante cautela per evitare l’accusa di proselitismo.

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Legalità e incoerenze

Gian Antonio Stella non delude, e sui fatti di Rosarno propone una riflessione non convenzionale ma appropriata. Il giornalista del Corriere ha scritto ampiamente su una pagina del nostro passato che vorremmo dimenticare, ricorda che «Anche i nostri nonni furono portati in salvo come i neri di Rosarno. Le autorità furono costrette a organizzare dei treni speciali per sottrarli nel 1896 al pogrom razzista scatenato dai bravi cittadini di Zurigo».

Insomma, «L’abbiamo già vissuta questa storia, dall’altra parte», emigrando dove non c’era lavoro, vivendo in clandestinità tra fame ed emarginazione.

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Il costo di un impegno

«È finita l’epoca del tutto gratis», ha annunciato il magnate dei media Rupert Murdoch: lo ha stabilito dopo aver annunciato una perdita di tre miliardi di dollari, nell’ultimo anno, da parte del suo gruppo multimediale – che, tra gli altri, comprende Wall Street Journal, Times, Sun e la piattaforma satellitare Sky -.

La notizia era nell’aria già da tempo, e probabilmente già in molti avrebbero voluto sanare l’anomalia per la quale è normale comprare il giornale o pagare la tv satellitare, ma ogni contenuto presente su Internet deve essere sempre e comunque gratis.

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Cambiamenti e ravvedimenti

Le cattive ragazze cambiano aria: un articolo della Stampa riferisce che personaggi come Amy Winehouse, Lindsey Lohan, Britney Spears, Paris Hilton hanno abbandonato gli eccessi che avevano fatto la gioia dei giornali scandalistici, e stanno cambiando (faticosamente) strada.

Amy Winehouse alla fine ha accettato di entrare in una clinica per disintossicarsi: ora si apre a un repertorio più romantico e vagheggia l’idea di trovarsi il classico “lavoro serio” aprendo un centro estetico, qualora decidesse di lasciare la musica.

La Lohan, dopo due arresti per guida in stato di ebbrezza (ma la definizione ufficiale, a quanto raccontano le cronache, è eufemistica: era proprio ubriaca fradicia), ha deciso di dire basta ai baccanali e alle nottate in giro per locali; cerca un lavoro “per pagare l’affitto”, dimostrazione che anche i ricchi vivono nel nostro mondo (anche se raramente piangono).

Di Britney Spears si è detto ampiamente: fatta di stupefacenti e cattive compagnie, spendacciona e seminuda (oltreché volgare, ma questo non è un reato), è stata tirata a lucido in una clinica di riabilitazione e ora porta avanti il suo tour mondiale controllata a vista dal padre, che le ha imposto un’ora di lettura biblica al giorno: e chissà se, nella migliore tradizione della scuola domenicale, dopo la lettura ne verifica anche l’apprendimento.

Paris Hilton ha trovato l’amore, ricambiata, e ha quindi smesso i panni della nullafacente metropolitana tutta capricci e leziosità per dedicarsi al suo lui: pensa al matrimonio, e per il personaggio è già tutto dire.

I bimbi crescono, e anche le bad girls, raggiunto un punto di rottura, devono decidere cosa fare. Un cambiamento radicale talvolta è l’unico modo per sopravvivere, specie quando lo stile di vita è più pericoloso di una passeggiata in autostrada.

Ciò che viene da chiedersi se si tratti di un vero cambiamento, o di una pausa tra due eccessi: rinsavire per non morire, prima di rituffarsi nelle vecchie abitudini ritrovando le vecchie compagnie.

Esperienze passate dimostrano che spesso è solo una questione di tempo. Senza una base solida anche il cambiamento più radicale non è destinato a durare. Senza la consapevolezza dei propri limiti, della sporcizia morale, del proprio fallimento interiore, è difficile ricominciare davvero da capo.

Dietro molti di questi cambiamenti sbandierati di fronte ai media non sembra esserci vera motivazione, ma solo una questione di sopravvivenza: cambiare vita per non morire, adottare una condotta salutista senza però toccare l’interiorità di una vita spirituale disastrata, ossia la principale causa di disagio.

Uno stile di vita più sano può aiutare a stare meglio, ma è il cambiamento interiore a portare felicità, serenità, pace.

C’è una bella differenza. La differenza che passa tra sopravvivere e vivere.

A breve conservazione

La Cassazione ha deciso: Eluana può (o deve, ognuno decida quale formula sia più indicata) morire. È lecito che il padre sospenda l’alimentazione, dopo sedici anni di coma (per lei) e di calvario (per lui).

Qualche mese fa imperversava la battaglia sulle sorti di Eluana: l’opinione pubblica dibatteva attenta e partecipe, i programmi televisivi ne parlavano (e straparlavano), i talk show discutevano sulla liceità, i diritti, i doveri, i significati di termini come vita e morte.

Negli stessi giorni Giuliano Ferrara lanciava una campagna di sostegno alla sopravvivenza di Eluana chiedendo un gesto piccolo ma significativo: portare una bottiglia d’acqua sul sagrato del Duomo di Milano.

Le bottiglie di plastica sono diventate presto cinque, dieci, venti, cento. Una piccola distesa.
Ci sono passato davanti una domenica pomeriggio, e non ho potuto evitare di soffermarmi davanti a quell’improvvisato monumento alla vita.

Sono rimasto a contemplare l’iniziativa – bottiglie, ma anche biglietti, disegni, articoli di giornale – per qualche minuto. Più di qualche passante ha fatto lo stesso. Un minuto di raccoglimento di fronte al mistero della vita e alla grande frontiera della morte, un gesto di affetto per Eluana. Forse una preghiera. Più di qualche sospiro.

Una straniera spiegava in spagnolo al suo accompagnatore che quelle bottiglie erano lì “per la ragazza che sta morendo”, o qualcosa di simile. Ma Eluana non stava morendo, e fermarsi davanti a quella testimonianza di simpatia non era una commemorazione.

Domenica scorsa, pochi giorni prima della sentenza, sono tornato a Milano. Le bottiglie non c’erano più. Ci era sfuggita la notizia della rimozione, o forse non se n’è parlato.

Scomparse alla spiccia, in silenzio, senza formalità. Resta il rumore amaro di una solidarietà che oggi pare di maniera, l’eco sordo di un caso che è stato solo uno spunto di discussione come tanti altri in un paese che non vive senza il pane quotidiano della contrapposizione. Un paese pronto ad accendersi, ma che non ha la costanza, l’interesse, l’urgenza di fissare l’attenzione sui valori, e si accontenta di indignarsi durante la pubblicità per non perdersi il reality di una vita sempre più disorientata.

E allora, se questi siamo noi, forse sì: la decisione della Corte si poteva intuire.

Le bottiglie per Eluana sul sagrato del Duomo

Le bottiglie per Eluana sul sagrato del Duomo

Parametri d'infelicità

Ora è ufficiale anche per la statistica: le famiglie italiane sono in sofferenza. Lo rivela – casomai ce ne fosse stato bisogno – l’Istat, che nei giorni scorsi ha pubblicato l’indagine sulla spesa delle famiglie italiane nel 2007.

Curiosamente negli ultimi anni la statistica ha subito un effetto comune anche alla temperatura, con una scollatura tra dati ufficiali e realtà percepita: gli esperti rassicuravano su un’inflazione bassa, e noi vedevamo crescere settimana dopo settimana il costo della spesa. A quanto pare, quindi, alla fine anche la statistica è tornata con i piedi per terra e si è allineata alle impressioni generali.

La deprimente situazione emersa dall’indagine, secondo gli esperti, fa emergere dati poco rassicuranti per il futuro: «Dal punto di vista macroeconomico – spiega Pietro Garibaldi sulla Stampa – la diminuzione reale dei consumi è uno dei fenomeni più preoccupanti, poiché nel lungo periodo il livello dei consumi è un indicatore chiave dello standard di vita».

Di fronte a una frase come questa, inserita quasi en passant tra dati e analisi, sorge un dubbio. Viene da chiedersi se la qualità della vita sia davvero così intimamente legata al livello dei consumi. Sarebbe sciocco negare che esistano delle esigenze primarie (come nutrirsi, vestirsi, abitare) sotto le quali la situazione umana si fa critica. Ma, allo stesso tempo, sarebbe forse il caso di chiedersi se, nella cultura occidentale, cercando una definizione del concetto di felicità non abbiamo dato troppo peso al parametro economico, alla soddisfazione materiale, al possesso.

Forse un momento di crisi come quello attuale, tra i tanti disagi che comporta, potrebbe avere il pregio di farci capire che la vera ricchezza di un popolo non si misura in playstation o schermi al plasma, e che la felicità non si conserva insieme allo scontrino.

Parametri d’infelicità

Ora è ufficiale anche per la statistica: le famiglie italiane sono in sofferenza. Lo rivela – casomai ce ne fosse stato bisogno – l’Istat, che nei giorni scorsi ha pubblicato l’indagine sulla spesa delle famiglie italiane nel 2007.

Curiosamente negli ultimi anni la statistica ha subito un effetto comune anche alla temperatura, con una scollatura tra dati ufficiali e realtà percepita: gli esperti rassicuravano su un’inflazione bassa, e noi vedevamo crescere settimana dopo settimana il costo della spesa. A quanto pare, quindi, alla fine anche la statistica è tornata con i piedi per terra e si è allineata alle impressioni generali.

La deprimente situazione emersa dall’indagine, secondo gli esperti, fa emergere dati poco rassicuranti per il futuro: «Dal punto di vista macroeconomico – spiega Pietro Garibaldi sulla Stampa – la diminuzione reale dei consumi è uno dei fenomeni più preoccupanti, poiché nel lungo periodo il livello dei consumi è un indicatore chiave dello standard di vita».

Di fronte a una frase come questa, inserita quasi en passant tra dati e analisi, sorge un dubbio. Viene da chiedersi se la qualità della vita sia davvero così intimamente legata al livello dei consumi. Sarebbe sciocco negare che esistano delle esigenze primarie (come nutrirsi, vestirsi, abitare) sotto le quali la situazione umana si fa critica. Ma, allo stesso tempo, sarebbe forse il caso di chiedersi se, nella cultura occidentale, cercando una definizione del concetto di felicità non abbiamo dato troppo peso al parametro economico, alla soddisfazione materiale, al possesso.

Forse un momento di crisi come quello attuale, tra i tanti disagi che comporta, potrebbe avere il pregio di farci capire che la vera ricchezza di un popolo non si misura in playstation o schermi al plasma, e che la felicità non si conserva insieme allo scontrino.