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Piccoli regali quotidiani

Era un periodo nero per Neil Pasricha: a trent’anni, improvvisamente, si trovava ad affrontare un divorzio, vivere problemi sul posto di lavoro, scoprire un amico seriamente malato.

Le disgrazie non vengono mai da sole, e sembravano addensarsi sulla sua testa con una intensità pericolosa. E poi si sa: i fatti condizionano la nostra percezione, e rischiano di portarci in un circolo vizioso di pessimismo e autocommiserazione.
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Le paure della Fifa

Riecco la Fifa inflessibile, severa, rigida ed equidistante. Ne sentivamo la necessità: in un mondo del calcio dove la furbata è all’ordine del giorno, dove i soldi portano a intrallazzi e malversazioni, dove i problemi dello sport si sommano a quelli della geopolitica, ecco che la Fifa riprende il suo ruolo di custode della pace e dell’ortodossia.

Sì, ne sentivamo il bisogno: faceva troppo male sapere che Blatter e soci avevano glissato con un sorriso sul caso Henry, su quel colpo di mano voluto e rivendicato, grazie al quale la Francia aveva segnato il gol decisivo per accedere alla fase finale della Coppa del mondo. L’Irlanda aveva rivendicato i suoi diritti, esponendo le sue ragioni e chiedendo giustizia: la ripetizione della partita o l’accesso ai Mondiali come 33.ma squadra.
Blatter, come sempre, aveva sfoderato il suo sorriso da politico promettendo di pensarci, e poi come sempre aveva detto che no, non si poteva fare: chi aveva avuto, aveva avuto; chi aveva dato, aveva dato. Così parlò la Fifa in quell’occasione, e la soluzione puzzava di opportunismo, o di interessi sporcati da principi diversi rispetto a quelli rivendicati – d’accordo, erano le Olimpiadi e non i Mondiali di calcio – da De Coubertain.

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Solitudine da denuncia

Una denuncia. Poi due, tre, sei. Diverse tra loro ma accomunate dallo stesso problema, un problema che le forze dell’ordine non possono risolvere. Succede in Friuli, ma probabilmente anche altrove: «nelle ultime due settimane – raccontano i Carabinieri al Gazzettino, che ha segnalato la questione – abbiamo avuto sei di questi episodi».

Capita infatti sempre più spesso che persone avanti negli anni raggiungano la caserma dei Carabinieri per sporgere denunce poco verosimili: «Mi hanno spinto, fatto cadere a terra e volevano rapinarmi», è stata la storia di un settantaseienne di Pozzuolo (UD). Ai militari non c’è voluto molto per comprendere che c’era poco di vero: l’abitazione risultava in ordine, l’anziano molto meno, con quel tasso alcolico così sospetto.

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I diritti degli invisibili

L’Alta Corte tedesca ha deciso che, dal 2010, di domenica i negozi dovranno restare chiusi: i giudici hanno dato ragione alle chiese cattolica ed evangelica che avevano proposto un ricorso contro una legge secondo la quale gli esercizi commerciali possono aprire per dieci domeniche all’anno.

La Corte, richiamando un articolo contenuto nella Costituzione del 1919, hanno sancito il principio che le feste debbano essere «giorni di riposo dal lavoro e di miglioramento spirituale».
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Sorriso amaro

L’esperienza ci insegna che il sorriso è un sollievo per chi lo dona e per chi lo riceve.

Esiste, però, anche un sorriso sbagliato, fuori luogo. Come quello che la coppia Mogol-Battisti eternò in un celebre brano, e che descrive la fine di una relazione: “Un sorriso/ e ho visto la mia fine sul tuo viso/ il nostro amor dissolversi nel vento/ ricordo, sono morto in un momento”.

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Area di servizio (cristiano)

Onestamente non pensavo di trovare spunti di riflessione, qualche giorno fa, in un articolo di Panorama titolato “Gli italiani visti da Madame pipì”, dove un cronista del settimanale raccontava le storie delle donne addette alle pulizie degli autogrill.

Spaziando per i bagni delle aree di servizio sparse per le autostrade di mezza Italia, Raffaele Panizza incontra «Ann, nigeriana di 31 anni che passa le giornate al Ristop di San Giacomo sud leggendo la Bibbia e cantando ad alta voce i versi gospel che scrive per il coro della chiesaGes ù vive di Maddalusa, Brescia.
“Mi è capitato poco tempo fa un uomo disperato, che aveva perso 23 mila euro al Casinò di Venezia”, racconta. Lei per consolarlo ha attaccato a leggere un passo del Vangelo di Giovanni, paragrafo [sic] 15, versetti 1-7: “Chi non rimane in me viene gettato via come il tralcio e si secca, e poi lo raccolgono e lo gettano nel fuoco…”. Gli ha parlato, con una mano sulla spalla, in mezzo ai viavai di gente. “Non so se la sua vita sia cambiata” dice in inglese, “ma quel giorno se n’è andato felice…”».

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La storia che passa

Un vecchietto trasandato cammina sotto la pioggia sulle strade di Long Branch, in New Jersey. Agli occhi di chi lo vede il suo atteggiamento è “strano” – pare che negli USA, ormai, tutti siano sospetti – e per questo chiama la polizia.

Arriva una giovane agente, gli chiede i documenti ma l’uomo non li ha, anche se si identifica senza difficoltà: «Sono Bob Dylan», deve aver detto, o qualcosa di simile.

Niente da fare: l’agente lo carica in auto e lo accompagna al suo albergo, dove «quello che credeva solo un “vecchio eccentrico” era davvero Bob Dylan».

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Mediamente male

Nella sua semplicità è geniale il sistema messo a punto da due studiosi – un matematico e un informatico – per “misurare la felicità” degli americani.

Hanno creato un sistema di algoritmi capace di prendere in considerazione oltre due milioni di blog e utenti twitter, pescando di volta in volta gli interventi che si aprono con “mi sento…” (“I feel…”).

Poi hanno dato ai vocaboli più comuni un punteggio da 1 a 10: “paradiso” o “trionfo”, per esempio, sfiorano il 9, suicidio è sotto il 2.

In base a questo schema i due studiosi sono stati in grado di misurare l’umore degli utenti, e – visti i numeri – fare una media più o meno verosimile del sentimento comune nella pubblica opinione, almeno quella che naviga in rete.

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Dalle parole ai fatti

Un’associazione britannica ha trovato un modo interessante per richiamare l’attenzione nei confronti della sua raccolta fondi per la lotta contro il cancro: ha chiesto agli utenti di esprimersi sulla felicità.

Le prime risposte arrivano da alcuni vip: al quesito “cosa vi rende felici?” «Lo scrittore Alexander McCall Smith, ha risposto: “Il modo più sicuro di essere felici è causare felicità al prossimo, e poi goderne i frutti”. L’imprenditore Charles Dunstone, re dei telefonini, ha risposto: “Il mio consiglio per sentirsi felici è credere che tutti possano dare il meglio”. David Cameron, leader del partito conservatore (e secondo i sondaggi prossimo primo ministro), ha detto: “Per me la felicità è qualcosa di molto distante dal mondo della politica. Nuotare all’alba davanti a una deserta spiaggia della Cornovaglia, per esempio”».

La felicità è un tema semplice e tuttavia complesso: tutti probabilmente abbiamo un’idea di cosa ci potrebbe rendere felici (un panorama, un risultato, un’esperienza), ma allo stesso tempo ci rendiamo conto che la felicità è qualcosa di diverso, più profondo, impossibile da sublimare in una situazione, un oggetto, un evento. E torniamo a cercare.

Forse una delle domande più imbarazzanti, personali e difficili è proprio “sei felice?”: sarà per questo che non lo si chiede quasi mai, e di solito ci si limita a un più neutro “come stai?”. D’altronde spesso non serve nemmeno chiederlo: dal comportamento, dall’espressione facciale, dal modo di relazionarsi  facile rendersi conto se una persona sia felice o no.

Probabilmente alla domanda “cos’è la felicità?” ogni cristiano ben addestrato risponderà “la felicità è avere Gesù accanto a sé“. Che sia vero non ci sono dubbi. Ma ci crediamo veramente?

Spesso sembrerebbe proprio di no. Perché è facile mettere Dio nelle nostre frasi, illudendosi che basti questo per farci riconoscere come cristiani.

È invece più difficile, molto più difficile, mostrare la propria felicità vivendo e praticando l’amore cristiano nelle piccole cose di ogni giorno: un sorriso, una parola gentile, un gesto di disponibilità.

Nella quotidianità non si può barare, o almeno non lo si può fare a lungo. È un bene e un male. È un male, perché la nostra vita parla per noi, e non possiamo dire di avere qualcosa che non abbiamo senza venir smentiti dai fatti.

Ma è anche un bene, perché se dimostriamo ogni giorno la nostra felicità saranno i nostri vicini e i nostri colleghi, spontaneamente, a chiederci come riceverla a loro volta.

La nostra felicità parla attraverso ciò che siamo, più che attraverso quel che diciamo.

Abbastanza grandi per capire

Mirko Locatelli, giovane regista milanese, è stato invitato da una scuola elementare e media di Milano a realizzare un documentario didattico raccontando – spiega il Corriere – “le idee dei giovanissimi, da 6 a 14 anni, a proposito di legalità”.

Tra le venti ore di interviste ai ragazzi su temi come la vita, la morte, l’immigrazione, la diversità, i valori, sono emerse differenze di analisi in base all’età («Alle medie… i maschi cominciano a riproporre concetti presi dagli adulti, sono più influenzabili») e al genere («le ragazzine… hanno più capacità di analisi, vogliono vivere bene, tutelare se stesse e gli altri…»).

Parlando di famiglia, Locatelli racconta: «Ho notato un fatto curioso. I figli che sono stati e sono “spettatori” dei litigi fra padre e madre, una volta intervistati mettevano l’accento sul fatto che i genitori “si dicono anche le parolacce”. Per loro era sconvolgente individuare nella propria famiglia il “trasgressore” delle regole, quelle stesse che abitualmente i genitori insegnano loro. Molti mi hanno detto “A volte dobbiamo fare noi i grandi…”».

Non so voi, ma personalmente rabbrividisco di fronte a certe situazioni di ordinario paradosso.

Figli presi in ostaggio tra due litiganti ma che non godono affatto, e restano disorientati da genitori che si comportano in maniera opposta rispetto a quel che insegnano.

Bambini che, quando non vengono tirati in mezzo alle dispute di una coppia in crisi, si ritrovano nel ruolo innaturale di pacieri in erba, angosciati da una vicenda più grande di loro, che non possono controllare né risolvere.

Bambini troppo adulti che devono badare ad adulti troppo bambini, incapaci di scrollarsi di dosso la superficialità di una vita catodica nemmeno di fronte alla responsabilità di una famiglia.

Ma gli adulti irresponsabili non si concentrano tutti nella categoria dei genitori, anche se in quel contesto si notano di più. L’esempio sbagliato può venire – e spesso viene – anche da chi, forse, leggendo di questi drammi familiari ha tirato un sospiro di sollievo.

Se i bambini sono la società del futuro, non stiamo investendo abbastanza per dare loro il futuro che si meritano. Siamo troppo impegnati a fare i nostri interessi, presi da quell’egoismo che ormai non risparmia nessun versante del tempo in cui viviamo, per ricordarci di quei piccoli, semplici gesti e parole che cambiano la giornata (e, talvolta, la vita).

Gesti e parole che aiutano adulti e bambini: dare una mano a chi ne ha bisogno, stare vicino a chi soffre, offrire un sorriso a chi ha il buio dentro, spendere una parola di speranza con chi prova la disperazione di veder crollare tutto attorno a sé.

Sono gesti e parole che non hanno età, e di cui si sente il bisogno a tutte le età: non è solo l’adulto ad aver bisogno di sapere che c’è sempre qualcuno pronto a starci vicino, su cui contare e da cui correre nei momenti più tristi.

Anzi: forse i primi a capirlo e a sentire l’esigenza di questo Qualcuno, in una società come la nostra, sono proprio i più piccoli.