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Dimensione etica

Forse hanno ragione i cinesi, che scrivono “crisi” e leggono “opportunità”: non possiamo considerare in termini positivi il dissesto economico degli ultimi due anni e il domino di drammi che ne è seguito, ma non possiamo nemmeno, a guardare con onestà gli sviluppi, non riconoscere che lo scossone è stato inevitabile e necessario per curare un sistema troppo malato, cui non sarebbe bastato a un intervento per quanto drastico (cui nessuno, comunque, avrebbe avuto coraggio e intenzione di mettere mano).

E così il mondo dell’economia, dopo decenni passati nel segno del profitto a ogni costo, ha dovuto fermarsi e riflettere, rivalutare, porsi questioni ineludibili, che si era pensato di poter accantonare tra le anticaglie e che invece si sono rivelate più attuali che mai.

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I diritti degli invisibili

L’Alta Corte tedesca ha deciso che, dal 2010, di domenica i negozi dovranno restare chiusi: i giudici hanno dato ragione alle chiese cattolica ed evangelica che avevano proposto un ricorso contro una legge secondo la quale gli esercizi commerciali possono aprire per dieci domeniche all’anno.

La Corte, richiamando un articolo contenuto nella Costituzione del 1919, hanno sancito il principio che le feste debbano essere «giorni di riposo dal lavoro e di miglioramento spirituale».
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Quella crisi ricostituente

Che la crisi ci abbia riportato a una maggiore sobrietà è ormai noto: è bastato togliere i soldi dal portafogli di tutti noi per ottenere in pochi mesi ciò che i proclami di un decennio non erano riusciti a fare.

È dagli anni Settanta che abbiamo perso il basso profilo dei nostri genitori, e abbiamo preferito il concessionario all’officina, il negozio al calzolaio, la sartoria al rammendo. Oggi, l’inversione di tendenza: si ripara il possibile, si sostituisce solo l’indispensabile.

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Dal giusto al bene

Di falsi invalidi è pieno il nostro paese: dai telefonisti sordi ai ciechi con la patente, periodicamente emergono casi emblematici di un malcostume nazionale. D’altronde c’è da capirli: in mancanza di un’etica solida, non è facile dire no a un’indennità integrativa anche quando non se ne avrebbe il diritto. Lo fanno tutti, perché io no?

Ma non è solo questione di soldi: si sa, il denaro va e viene, e qualche espediente per riempire il portafogli si trova sempre. Quello che è difficile recuperare in altro modo è il privilegio. Il privilegio del contrassegno.

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Crisi di sobrietà

Su un periodico promozionale ho trovato alcuni consigli su come reagire alla crisi “usando la testa e attuando strategie di spesa intelligente”.

Ecco i punti più significativi della tattica suggerita:

1. andare a fare la spesa con un elenco ragionato per risparmiare tempo e denare e “imparare a ottimizzare quello che c’è in dispensa”. In effetti molto spesso a casa abbiamo scorte esagerate, barattoli dimenticati, cibi in scadenza. La crisi, in fondo, ci aiuta a essere più oculati e, allo stesso tempo, più etici.

2. fare swapping. Che è semplicemente un modo più elegante e internazionale per definire il baratto. A casa abbiamo, probabilmente, beni che non usiamo mai né useremo più. Scambiarli potrebbe essere utile per risparmiare qualche euro, oppure – perché no – potremmo addirittura permetterci il lusso di regalarli a chi ne ha bisogno. Chi pensa che in tempi di crisi non si può esercitare la generosità probabilmente dimentica il patrimonio di beni inutilizzati, ma soprattutto quella riserva di energie e buona volontà che ci può permettere di essere benevoli anche quando non possiamo largheggiare. La vita e i rapporti sociali non si misurano solo in euro.

3. approfittare degli sconti. Negli outlet si praticano prezzi ridotti del 50%, che arriva al 70% nel periodo dei saldi. Attenzione però: nonostante questo, l’outlet rischia di far spendere di più. Succede quando si decide di farci un giro senza una meta precisa, con la scusa che “magari trovo qualcosa di interessante”. Il superfluo è il peggior nemico del risparmio.

4. i supermercati propongono a rotazione una serie di beni a prezzo ridotto di cui si può approfittare. Tuttavia il rischio, di fronte a queste offerte, è importante evitare la sindrome da acquisto compulsivo: gli sconti sono una convenienza fino al momento in cui non subentra la logica del “prendiamolo comunque, costa poco!”. Se un prodotto non serve, non c’è sconto che tenga: l’acquisto sarà una spesa ulteriore.

5. riprendere l’abitudine a recuperare l’abbigliamento, anziché scartarlo al primo segno di usura. È sufficiente riscoprire sarti e calzolai.

Sono consigli spiccioli, spesso scontati. Eppure, se fossero stati così scontati, negli anni passati non ci saremmo sentiti dire, in spregio a ogni logica e pudore, che famiglie con introiti da 2500 euro al mese non arrivavano alla quarta settimana.

Sì, sarebbe davvero un bel progresso se la crisi ci aiutasse a riscoprire quella sobrietà che, anno dopo anno, abbiamo smarrito mentre rincorrevamo un consumismo sempre più spinto.

Comodamente a casa vostra

Una chiesa in Inghilterra ha inventato «un nuovo metodo per offrire l’eucarestia ai propri fedeli: la spedizione per corrispondenza. Il servizio, lanciato con lo slogan “host in the post” e ideato soprattutto per i malati e per le persone molto anziane, permetterà ai seguaci di questa confessione religiosa di ricevere la comunione ogni domenica a casa senza dover andare a messa».

Nell’era in cui è possibile ricevere comodamente a casa nostra libri, dischi, la pizza appena sfornata, la spesa settimanale, era solo questione di tempo: prima o poi doveva saltar fuori una chiesa capace di inventarsi i servizi spirituali a domicilio, che fanno sembrare improvvisamente demodé perfino l’impegno indefesso dei Testimoni di Geova.

Certo, garantire la cura spirituale anche a domicilio non sarebbe un grande scandalo: da quando esiste, la chiesa cristiana ha tra i suoi compiti prioritari la visita a chi si trova in difficoltà.

Però l’iniziativa inglese fa un passo oltre. E la direzione lascia perplessi, a prescindere da come si veda la comunione domenicale. Notoriamente il contesto cattolico le attribuisce un carattere sacrale mentre le chiese evangeliche la interpretano come una semplice commemorazione, ma è difficile non rilevare che in ogni caso il significato stesso di “comunione” prevede l’incontro, la condivisione, un rapporto con chi ci sta vicino e fa parte di quel corpo spirituale ricordato attraverso il pane della Santa Cena.

È altrettanto vero che la solennità del momento cambia da chiesa a chiesa, e cambiano anche gli elementi utilizzati: per una chiesa cattolica che usa le apposite ostie ci sono chiese che, a seconda della latitudine e dell’abitudine, utilizzano i tipi di pane più disparati. Se a qualcuno sembra irrispettosa già questa varietà di forme, suonerà perfino offensivo pensare che qualcuno pensa di ridurre la “comunione” a un anonimo pacchetto ricevuto a casa, il cui contenuto può venire assunto quando e come capita: la Santa Cena per asporto, come una pizza qualunque.

Se poi, come viene ricordato, «il vero scopo dell’iniziativa è avvicinare tutte quelle persone che non frequentano i luoghi religiosi, ma nell’animo si sentono cristiani», è il trionfo del sincretismo: basta sentirsi cristiani anziché esserlo, basta volerlo anziché dimostrarlo. E la Santa Cena si trasforma in un banale menù turistico.

Certo, l’idea che si tratti solo di una goliardata si fa più di un semplice dubbio di fronte all’invito presente sul sito della chiesa in questione: «Iscrivetevi a questo sito e da oggi in poi tutte le domeniche potrete restare a letto come il resto della popolazione». Una proposta che, di primo acchito, suonerebbe indecente anche al cristiano meno praticante.

Ammesso però che non sia uno scherzo, dopo aver superato l’indignazione iniziale, la chiesa in questione ha buone possibilità di successo.

In fondo viviamo in una società che prova allergia per qualsiasi tipo di impegno serio e che predilige la superficialità. In questo contesto una chiesa che offre la colazione a letto e alleggerisce la coscienza senza nemmeno imporre al fedele la fatica di alzarsi, può solo spopolare.

Samaritani o sacerdoti

«Sono centinaia – racconta Il Giornale – le telefonate che arrivano al cellulare del signor Giampiero Cerizza, più noto come il “marito in affitto“. Proprio così, avete letto bene. Di Monza, 59 anni, dopo aver chiuso la carrozzeria, ha pensato di sfruttare la sua abilità manuale e di mettere in piedi una società di servizi per aiutare le donne nelle commissioni e nei piccoli lavori di casa che mariti o compagni non hanno più voglia di fare. Una vera e propria agenzia, insomma, con tanto di sito internet, numero verde e una rosa di collaboratori».

Le richieste sono in media di 150 al mese, duemila all’anno, e il signor Cerizza fatica a starci dietro: ripara persiane, appende quadri, accompagna a fare la spesa e così via, al costo di 15 euro l’ora o giù di lì.

Ma non solo: «Ci sono le signore più anziane che vogliono soltanto un po’ di compagnia e il rubinetto che perde è soltanto una scusa per fare quattro chiacchiere. Per loro la felicità è non sentirsi sole».

Il signor Cerizza non supplisce solo alla mancanza di tempo di mariti e compagni, ma anche alle smagliature di una società che è sempre più connessa e, allo stesso tempo, fa sentire ogni giorno più soli.

Dover mendicare un po’ di compagnia sotto le mentite spoglie di un bisogno pratico significa non avere amici, parenti, nipoti. O averli, ma lontani o insensibili a una richiesta di aiuto che spesso non arriva esplicita, ma attraverso la dignità di una generazione che sa ancora cosa sia l’onore, il rispetto, la buona creanza.

Difficile però togliersi dalla testa che non ci sono solo i parenti.

L’anziano o la vedova che escono poco di casa e tentano di ricavare un po’ compagnia dai servigi di un simpatico tuttofare possono essere più vicini di quanto si creda. Possono essere, anzi, i nostri vicini.

Chissà quand’è l’ultima volta che ci siamo soffermati a chiedere loro come stiano, a commentare qualche banalità quotidiana, a elargire un sorriso e una parola di speranza di fronte agli acciacchi di un’età che incombe e, in molti casi, fa paura.

Quando sentiamo parlare di vicende estreme, come la morte solitaria di una anziana signora ritrovata dopo una settimana, alziamo le spalle, scuotiamo la testa e sospiriamo pensando “che società!”. Ma quella società siamo anche noi. E quella signora potrebbe essere anche la nostra vicina.

Sarebbe davvero triste non sapere, o non voler sapere, che chi ci sta vicino aveva bisogno di noi, e non ci siamo fermati accanto a lui perché i nostri impegni – di lavoro, di vita, e magari perfino di fede – non ce l’hanno consentito.

Impegni (sacro)santi, per carità.
Ma chissà se Gesù, di fronte a un comportamento simile, sarebbe fiero di vederci portare il suo nome. E chissà se gli altri, nel sentirci così distanti, vedrebbero davvero il suo amore in noi.

Così vicini, così lontani

In un sondaggio riportato su Repubblica si indaga sul vicino insopportabile. I comportamenti condominiali più fastidiosi? Tutti detestano la spazzatura lasciata sul pianerottolo, ma poi «per gli uomini quell’auto parcheggiata fuori dalle linee dal vicino di casa è una delle cose più fastidiose, mentre quelle piccole e insidiose bricioline che fanno tanto felici gli uccellini sul nostro balcone scatenano le ire delle donne, soprattutto quando cadono dal terrazzo della “nemica” del piano di sopra».

Dà fastidio (a tutti) anche l’invasione della propria sfera personale, favorita dalle «pareti extrasottili di cui in genere sono fatti i nostri appartamenti», a causa delle quali «il problema non è solo quello della sveglia del vicino che fa turni di notte e ti fa sobbalzare alle 3 del mattino ma, diventa più imbarazzante, quando si tratta di aspetti più intimi».

Il vicino ideale? Sicuramente non è uno studente, ma piuttosto un anziano; allo stesso tempo si predilige un vicino impiccione che dia un’occhiata alla casa quando si è assenti, ma non si disdegna nemmeno «il vicino “viaggiatore” che lascia sempre libero il posto auto».

Insomma, ricapitolando e ampliando: il vicino ideale è quello che ti controlla la casa ma non c’è mai; è abbastanza giovane per aiutarti a portare su un mobile ma abbastanza anziano da non portare a casa amici; sordo, in modo da non farsi gli affari nostri, ma non tanto da tenere alto il volume del televisore; simpatico, ma invisibile; single e taciturno, ma con una famiglia che all’occorrenza faccia un po’ di compagnia; disponibile ma discreto; cuoco per invitarci a cena, ma che non cucini per non invaderci con gli effluvi dei suoi piatti.

Lui deve essere così. Noi, invece, dobbiamo mantenere il diritto a urlare per le scale, tenere alto il volume dello stereo e delle litigate, avere figli rumorosi, essere scontrosi quando la luna è calante e invadenti quando è crescente, assenti quando si tratta di dare ma presenti quando c’è da ricevere.

È evidente che il nostro vicino ideale non esiste. E, se esiste, non ci somiglia per niente.

La triste realtà, infatti, è che noi stessi siamo molto lontani dal nostro ideale di vicino. Anzi: forse, mettendoci una mano sulla coscienza, potremmo concludere che nessuno, potendo scegliere, ci vorrebbe come dirimpettai.

Considerando che la prima testimonianza della nostra fede cristiana non è la predicazione ma il comportamento, non c’è molto da stare allegri.

Forse allora, prima di giudicare i comportamenti altrui, dovremmo fermarci e riflettere sul nostro.

«Fai al tuo vicino quello che vorresti lui facesse a te». Non lo ha detto un amministratore di condominio, ma Gesù.