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Parole a vuoto

Ieri il Corriere, oggi Repubblica: la stampa italiana celebra Twitter, il nuovo sistema di comunicazione che – secondo qualche esperto – rende antichi siti, blog e perfino Facebook.

Twitter, spiega il Corriere, è una “rete basata su micromessaggi” di 140 caratteri al massimo con i quali ognuno può raccontare «”in diretta” a gruppi di amici, genitori o a fan (nel caso dei messaggi inviati da star dello spettacolo o dello sport) cosa sta facendo, cosa sta comprando al super­mercato, a che ora andrà a prendere i figli a scuola».

Insomma, come il Corriere stesso ammette, una noia profonda, salvo che in occasioni eccezionali: come quando un utente di Twitter comunicò per primo bruciando perfino la CNN, l’ammaraggio sul fiume Hudson, o quando gli studenti iraniani comunicano gli sviluppi del loro dissenso, attraverso questo sistema, unica voce non imbavagliabile da parte del potere di Teheran.

Strumento utile, ma nei confronti del quale è necessaria la giusta cautela: si fa presto a parlare di citizen journalism, ma al volontariato giornalistico proposto dai cittadini deve corrispondere un’azione di verifica da parte del lettore, impegno che sulle testate tradizionali si sobbarcano (se lo facciano bene o male è un altro discorso) i giornalisti. Leggere un post su Twitter non è come leggere un giornale, e non solo per una questione di metodo.

In ogni caso il fenomeno andrebbe ridimensionato: non capita tutti i giorni di trovarsi testimoni casuali di un fatto storico e di avere i mezzi per raccontarlo. A fronte di queste eccezioni, come detto, il resto della comunicazione partecipata è solo noia.

Twitter per lo più è un ammasso di parole scritte senza convinzione per un pubblico quasi inesistente, e d’altronde solo una persona molto annoiata può passare la giornata a crogiolarsi negli insignificanti dettagli della vita altrui.

Il successo di Twitter dovrebbe preoccuparci: è l’ennesimo indizio della nostra tendenza sociale all’isolamento, a parlare senza ascoltare, a pontificare anziché imparare.

«Ho un’opinione su tutto, e se non ce l’ho me la faccio», mi ha scritto anni fa una baldante giovane che, pur in assenza di competenze specifiche, si candidava al ruolo di editorialista.

A parte rari casi di blog e canali che si distinguono per la loro specializzazione, la maggior parte dei fenomeni di interattività – dai siti ai social network – vengono sfruttati dagli utenti solo per tamburellare sulla tastiera anziché farlo a vuoto sul tavolo.

Latita la competenza, ma anche il buonsenso e la coerenza: un giorno si annunciano i propri spostamenti descrivendo percorsi e movimenti, il giorno dopo si protesta contro le telecamere in centro. Un giorno si inseriscono online le foto private, il giorno dopo ci si lamenta per l’assenza di privacy.

Si dimentica che la riservatezza impone di tacere quando non si ha niente da dire, e riflettere quando si intende parlare. Solo così il discorso ci guadagna, il confronto diventa proficuo, la parola ritrova il valore che aveva perso.

Messaggi chiari e risposte coerenti: «il di più viene dal maligno», concludeva tranchant Gesù Cristo. Uno che di comunicazione si intendeva.

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Ai raggi “x”

Scrive Michele:

Ecco l’ultima di Google sulle mappe e l’interazione con i telefonini.
Questa applicazione permette di comunicare e condividere con chi si vuole, la propria posizione, utilizzando le antenne GPS che ci sono oramai su tutti i più moderni telefoni cellulari. L’applicazione potrebbe essere molto utile ad alcuni di noi… ma il mio personale dubbio è: “come posso sapere se l’applicazione lavora anche quando io
non le do esplicito consenso?”
In fin dei conti una volta che si installa un’applicazione, questa può fare – il più delle volte – quello che vuole senza chiedere troppi permessi, e a questo punto mi troverei ad essere tracciato negli spostamenti e monitorato da chi può essere interessato a farlo.

In realtà Latitude di Google fa anche di più: non ha bisogno dell’antenna gps per individuare un cellulare; può rintracciare il segnale elaborando i dati delle celle gsm a cui siamo connessi in quel momento.

È naturale che, di fronte a un servizio così “sensibile”, nasca qualche inquietudine sull’uso che Google, o chi per lui, potrà fare della nostra traccia elettronica. Google, ma non solo lui: basta aver seguito le cronache di queste settimane per porsi qualche domanda.

Primo esempio: la settimana scorsa, nella drammatica vicenda di Guidonia, gli investigatori sono risaliti ai colpevoli della violenza proprio perché questi hanno incautamente acceso il cellulare del fidanzato della vittima.

Secondo esempio: ieri i giornali raccontavano che il signor Genchi aveva (ha?) le schede di cinque milioni di utenze telefoniche, a scopi giudiziari; non vogliamo sapere quanti siano i numeri controllati da altri intercettatori in relazione ad altre inchieste, o a motivi di sicurezza più o meno fondati.

Di fronte a notizie simili, un servizio come Latitude fa appena sorridere.

Siamo già rintracciabili e rintracciati; le nostre telefonate sono ascoltabili e ascoltate, i nostri scambi di e-mail sono setacciabili e setacciati. Insomma, vivere fuori o dentro la casa del Grande fratello non fa molta differenza. Certo, è angosciante, ed è anche poco coerente che succeda in uno stato di diritto come il nostro; però, per ora, è così. E non da oggi.

Visto un tanto, c’è un unico modo per non avere paura: essere “irreprensibili e integri, figli di Dio senza macchia in mezzo a una generazione corrotta e perversa”.

Sia chiaro, la situazione non ci rallegra, come non ci rallegrerebbe una persecuzione. Ma ci viene da pensare che non tutto il male venga per nuocere.

Infatti, chissà che la consapevolezza di essere potenzialmente osservati, ascoltati, controllati sempre e ovunque non diventi per noi uno stimolo a “risplendere come astri nel mondo, tenendo alta la parola di vita”, vivendo quindi in maniera più piena e consapevole la nostra vocazione cristiana.

Ai raggi "x"

Scrive Michele:

Ecco l’ultima di Google sulle mappe e l’interazione con i telefonini.
Questa applicazione permette di comunicare e condividere con chi si vuole, la propria posizione, utilizzando le antenne GPS che ci sono oramai su tutti i più moderni telefoni cellulari. L’applicazione potrebbe essere molto utile ad alcuni di noi… ma il mio personale dubbio è: “come posso sapere se l’applicazione lavora anche quando io
non le do esplicito consenso?”
In fin dei conti una volta che si installa un’applicazione, questa può fare – il più delle volte – quello che vuole senza chiedere troppi permessi, e a questo punto mi troverei ad essere tracciato negli spostamenti e monitorato da chi può essere interessato a farlo.

In realtà Latitude di Google fa anche di più: non ha bisogno dell’antenna gps per individuare un cellulare; può rintracciare il segnale elaborando i dati delle celle gsm a cui siamo connessi in quel momento.

È naturale che, di fronte a un servizio così “sensibile”, nasca qualche inquietudine sull’uso che Google, o chi per lui, potrà fare della nostra traccia elettronica. Google, ma non solo lui: basta aver seguito le cronache di queste settimane per porsi qualche domanda.

Primo esempio: la settimana scorsa, nella drammatica vicenda di Guidonia, gli investigatori sono risaliti ai colpevoli della violenza proprio perché questi hanno incautamente acceso il cellulare del fidanzato della vittima.

Secondo esempio: ieri i giornali raccontavano che il signor Genchi aveva (ha?) le schede di cinque milioni di utenze telefoniche, a scopi giudiziari; non vogliamo sapere quanti siano i numeri controllati da altri intercettatori in relazione ad altre inchieste, o a motivi di sicurezza più o meno fondati.

Di fronte a notizie simili, un servizio come Latitude fa appena sorridere.

Siamo già rintracciabili e rintracciati; le nostre telefonate sono ascoltabili e ascoltate, i nostri scambi di e-mail sono setacciabili e setacciati. Insomma, vivere fuori o dentro la casa del Grande fratello non fa molta differenza. Certo, è angosciante, ed è anche poco coerente che succeda in uno stato di diritto come il nostro; però, per ora, è così. E non da oggi.

Visto un tanto, c’è un unico modo per non avere paura: essere “irreprensibili e integri, figli di Dio senza macchia in mezzo a una generazione corrotta e perversa”.

Sia chiaro, la situazione non ci rallegra, come non ci rallegrerebbe una persecuzione. Ma ci viene da pensare che non tutto il male venga per nuocere.

Infatti, chissà che la consapevolezza di essere potenzialmente osservati, ascoltati, controllati sempre e ovunque non diventi per noi uno stimolo a “risplendere come astri nel mondo, tenendo alta la parola di vita”, vivendo quindi in maniera più piena e consapevole la nostra vocazione cristiana.