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Illustri sconosciuti

Per qualcuno si tratta di un vero e proprio sacrilegio: il vicepresidente del Consiglio nazionale delle ricerche (CNR), istituto pubblico nazionale che si occupa di promuovere l’attività scientifica nel nostro Paese, è un creazionista.

Una circostanza che suona come un’eresia per la maggioranza degli scienziati italiani: e non poteva essere diversamente dato che, da 150 anni, la scienza ha legato la sua autorevolezza e il suo prestigio alla tesi dell’evoluzione, facendone dottrina e testo sacro per chiunque avesse intenzione di varcare la soglia delle discipline sperimentali.

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Il tempo che conta

Difendere il tempo libero: un’esigenza sempre più sentita nelle società occidentali, dove sembra che il tempo (libero o occupato, a prescindere) non basti mai.

Il presidente Clinton, già nel 1999, aveva istituito una commissione per esaminare il fenomeno della “time poverty”; oggi è una ricerca diretta da Robert Goodin e intitolata “Discretionary time” a fare il punto della situazione sulla “time pressure”.

Gli studiosi inglesi si sono impegnati a cronometrare le giornate-tipo dei loro connazionali, individuando tre macrocategorie: il tempo dedicato al lavoro, il tempo dedicato alla casa (e alla famiglia), il tempo dedicato alla cura della propria persona.

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Mediamente male

Nella sua semplicità è geniale il sistema messo a punto da due studiosi – un matematico e un informatico – per “misurare la felicità” degli americani.

Hanno creato un sistema di algoritmi capace di prendere in considerazione oltre due milioni di blog e utenti twitter, pescando di volta in volta gli interventi che si aprono con “mi sento…” (“I feel…”).

Poi hanno dato ai vocaboli più comuni un punteggio da 1 a 10: “paradiso” o “trionfo”, per esempio, sfiorano il 9, suicidio è sotto il 2.

In base a questo schema i due studiosi sono stati in grado di misurare l’umore degli utenti, e – visti i numeri – fare una media più o meno verosimile del sentimento comune nella pubblica opinione, almeno quella che naviga in rete.

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La coerenza dell’ateo

«L’America scopre di avere i suoi atei. Non che non lo sapesse. Ma ora li vede uscire dall’ombra, organizzarsi, far sentire la loro voce, avanzare sul sentiero del coming out, tipico di tante minoranze del crogiolo americano», scrive Paolo Valentino sul Corriere di oggi.

I “non credenti”, o “secular”, erano l’8% nel 1990, sono 15% oggi; dopo l’era fondamentalista di Bush, rassicurati da un Obama ecumenico come pochi, si fanno avanti nella provincia americana con “Alliance” universitarie, organizzazioni, associazioni. D’altronde secondo l’American Religious Identification Survey, gli atei sono l’unico gruppo demografico in crescita nell’ultimo ventennio.

Una realtà con cui sarà quindi necessario fare sempre di più i conti, parlando di spiritualità (che, in questo caso, comprende anche la a-spiritualità).

Gli atei hanno, naturalmente, tutto il diritto di vivere ed esprimersi liberamente. Anzi, ben vengano i loro dubbi e le loro osservazioni, stimolanti e aperte, ben lontane dal dogmatismo scientista: saranno una sana palestra per l’apologetica cristiana, messa in soffitta da troppo tempo.

Certo, solleva qualche interrogativo leggere, in conclusione dell’articolo, che «Uno dei gruppi più attivi alla University of South Carolina» ha fra le «attività preferite nel campus quella di dare ai passanti “abbracci gratis dai vostri amici e vicini atei”». Speriamo che il movimento ateo, anche negli Stati Uniti, sia qualcosa di più serio di una goliardata o di un’iniziativa estemporanea.

Ma forse anche questo è lo scotto che un movimento deve pagare quando si allarga: oltre alle avanguardie, agli studiosi, a chi professa con convinzione la propria fede, c’è anche un nucleo di persone che seguono gli altri per simpatia o per moda.

In questo i cristiani non possono scagliare la prima pietra: se i giovani non credenti della provincia americana “distribuiscono abbracci”, non sono certo in minor numero i credenti nominali, che interpretano la loro appartenenza cristiana solo come un semplice nome in un registro di chiesa (“sono cristiano perché sono stato battezzato!”), una presenza passiva alla funzione domenicale (“certo che sono cristiano, vado in chiesa!”), una moda (“alle riunioni della mia chiesa la musica è fantastica!”), una lettura sporadica della Bibbia, o – esagerando – come un momento di intervento sociale, politico, umanitario.

Sembra quasi che l’avvertimento dell’apostolo Paolo, «se speriamo in Cristo per questa vita soltanto, siamo tra i più miseri degli uomini», sia stato sostituito dal “carpe diem”: un motto più moderno, affascinante, confortevole e buono per tutti, atei e cristiani.

Con una sola differenza: l’ateo è consapevole di non credere, e quindi di non sperare in qualcosa che oltrepassi questa vita. Il cristiano nominale, invece, è convinto di credere, anche se vuole farlo a modo suo.

Chi tra i due sia più coerente e onesto, con se stesso e con Dio, lo lasciamo giudicare a chi legge.

La coerenza dell'ateo

«L’America scopre di avere i suoi atei. Non che non lo sapesse. Ma ora li vede uscire dall’ombra, organizzarsi, far sentire la loro voce, avanzare sul sentiero del coming out, tipico di tante minoranze del crogiolo americano», scrive Paolo Valentino sul Corriere di oggi.

I “non credenti”, o “secular”, erano l’8% nel 1990, sono 15% oggi; dopo l’era fondamentalista di Bush, rassicurati da un Obama ecumenico come pochi, si fanno avanti nella provincia americana con “Alliance” universitarie, organizzazioni, associazioni. D’altronde secondo l’American Religious Identification Survey, gli atei sono l’unico gruppo demografico in crescita nell’ultimo ventennio.

Una realtà con cui sarà quindi necessario fare sempre di più i conti, parlando di spiritualità (che, in questo caso, comprende anche la a-spiritualità).

Gli atei hanno, naturalmente, tutto il diritto di vivere ed esprimersi liberamente. Anzi, ben vengano i loro dubbi e le loro osservazioni, stimolanti e aperte, ben lontane dal dogmatismo scientista: saranno una sana palestra per l’apologetica cristiana, messa in soffitta da troppo tempo.

Certo, solleva qualche interrogativo leggere, in conclusione dell’articolo, che «Uno dei gruppi più attivi alla University of South Carolina» ha fra le «attività preferite nel campus quella di dare ai passanti “abbracci gratis dai vostri amici e vicini atei”». Speriamo che il movimento ateo, anche negli Stati Uniti, sia qualcosa di più serio di una goliardata o di un’iniziativa estemporanea.

Ma forse anche questo è lo scotto che un movimento deve pagare quando si allarga: oltre alle avanguardie, agli studiosi, a chi professa con convinzione la propria fede, c’è anche un nucleo di persone che seguono gli altri per simpatia o per moda.

In questo i cristiani non possono scagliare la prima pietra: se i giovani non credenti della provincia americana “distribuiscono abbracci”, non sono certo in minor numero i credenti nominali, che interpretano la loro appartenenza cristiana solo come un semplice nome in un registro di chiesa (“sono cristiano perché sono stato battezzato!”), una presenza passiva alla funzione domenicale (“certo che sono cristiano, vado in chiesa!”), una moda (“alle riunioni della mia chiesa la musica è fantastica!”), una lettura sporadica della Bibbia, o – esagerando – come un momento di intervento sociale, politico, umanitario.

Sembra quasi che l’avvertimento dell’apostolo Paolo, «se speriamo in Cristo per questa vita soltanto, siamo tra i più miseri degli uomini», sia stato sostituito dal “carpe diem”: un motto più moderno, affascinante, confortevole e buono per tutti, atei e cristiani.

Con una sola differenza: l’ateo è consapevole di non credere, e quindi di non sperare in qualcosa che oltrepassi questa vita. Il cristiano nominale, invece, è convinto di credere, anche se vuole farlo a modo suo.

Chi tra i due sia più coerente e onesto, con se stesso e con Dio, lo lasciamo giudicare a chi legge.