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Testi universali

«Leggere tutto il Vangelo di Matteo è uno sforzo immane…»: a dirlo al Corriere è Lucilla Morlacchi, attrice teatrale, che per la quarta volta si cimenterà nella declamazione pubblica del testo, presso il Sacro Monte di Varese.

Nelle precedenti occasioni la lettura si era svolta in un contesto più formalmente ecclesiastico, mentre stavolta la Morlacchi ripeterà l’esperienza in uno scenario naturale, e lo farà senza remore: «Per me un luogo non sacro – confida – è il luogo ideale per leggere il Vangelo. Io non ho la fede cristiana, ma avvicinandomi da non credente arrivo a dire che è il testo più universale che ci sia, concentra tutti i sentimenti».

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L’uomo nella rete

Non ci sono molti dubbi sul fatto che Internet, e la tecnologia in generale, ci stanno cambiando la vita: i tempi si accorciano, le opportunità aumentano, i contatti si estendono, le informazioni si diffondono su scala globale con ritmi e dimensioni impensabili fino ad appena vent’anni fa. Questi sono i “pro”; ci sono, poi, i “contro”, che un articolo sulla Stampa di oggi riassume in una domanda angosciata: “Internet ci rende stupidi?”.

Citando lo studioso americano Nicholas Carr, il quotidiano torinese avvisa che «nell’arco di pochi anni saremo tutti superficiali, incapaci di concentrarci per più di qualche minuto o di distinguere una informazione importante da quelle irrilevanti».

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La Parola senza parola

Una rasoiata sulla tela, improvvisa e inspiegabile: questa la scena di fronte alla quale si sono trovati gli organizzatori della mostra “Uomini dentro”, presso il Palazzo Ducale di Genova.

«La spiegazione del danno – racconta Il Secolo XIX – è arrivata poco dopo, insieme alla visita di un uomo sui quarant’anni, senegalese, presentatosi come “rappresentante di una comunità islamica”».

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Allergia alla Bibbia

D’accordo, la Bibbia non è un testo scientifico: non possiamo dare a ogni sua affermazione in campo medico, astronomico, geologico la valenza di un test a doppio cieco, proprio come non possiamo prendere alla lettera, sul piano cronologico, il libro Giudici, e non possiamo dare un peso teologico a una singola affermazione.

Non possiamo farlo, e dobbiamo dirlo a chiare lettere: la Bibbia, d’altronde, è un testo che ha scopi diversi dall’impartire all’uomo una conoscenza enciclopedica, e proprio leggendolo nell’ottica del suo vero significato – la salvezza dell’uomo, non il suo acculturamento – si può fare luce su apparenti stranezze, contraddizioni, profezie oscure.
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Illustri sconosciuti

Per qualcuno si tratta di un vero e proprio sacrilegio: il vicepresidente del Consiglio nazionale delle ricerche (CNR), istituto pubblico nazionale che si occupa di promuovere l’attività scientifica nel nostro Paese, è un creazionista.

Una circostanza che suona come un’eresia per la maggioranza degli scienziati italiani: e non poteva essere diversamente dato che, da 150 anni, la scienza ha legato la sua autorevolezza e il suo prestigio alla tesi dell’evoluzione, facendone dottrina e testo sacro per chiunque avesse intenzione di varcare la soglia delle discipline sperimentali.

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La storia che passa

Un vecchietto trasandato cammina sotto la pioggia sulle strade di Long Branch, in New Jersey. Agli occhi di chi lo vede il suo atteggiamento è “strano” – pare che negli USA, ormai, tutti siano sospetti – e per questo chiama la polizia.

Arriva una giovane agente, gli chiede i documenti ma l’uomo non li ha, anche se si identifica senza difficoltà: «Sono Bob Dylan», deve aver detto, o qualcosa di simile.

Niente da fare: l’agente lo carica in auto e lo accompagna al suo albergo, dove «quello che credeva solo un “vecchio eccentrico” era davvero Bob Dylan».

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L'ultimo spettacolo di Jacko

«Il re del pop deve ora piegare le ginocchia davanti al Re dei re»: così il pastore Lucius Smith ha concluso ieri sera a Los Angeles il memorial dedicato a Michael Jackson.

Niente da dire: in fatto di show gli americani sono maestri, e la cerimonia di commiato dedicata a Jacko è stata sobria, ma allo stesso tempo coinvolgente e a tratti perfino commovente, come si conviene a un addio.

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L’ultimo spettacolo di Jacko

«Il re del pop deve ora piegare le ginocchia davanti al Re dei re»: così il pastore Lucius Smith ha concluso ieri sera a Los Angeles il memorial dedicato a Michael Jackson.

Niente da dire: in fatto di show gli americani sono maestri, e la cerimonia di commiato dedicata a Jacko è stata sobria, ma allo stesso tempo coinvolgente e a tratti perfino commovente, come si conviene a un addio.

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Luca, Povia e la polemica inutile

Il brano di Povia? Tanto rumore per nulla, avrebbe sintetizzato Shakespeare.

Per chi non fosse al corrente delle vicende sanremesi, in questi mesi si è fatto un gran parlare di Giuseppe Povia, giovane (ma non giovanissimo) cantautore di moderata ispirazione cristiana, portatore di una salutare vis polemica capace di far riflettere chi lo ascolta.

Lanciato da Bonolis qualche anno fa fuori concorso con la celebre “I bambini fanno ooh”, è tornato a Sanremo l’anno successivo cantando “Vorrei avere un becco”, inno all’amore coniugale che, quando è maturo, sa superare con disincanto le difficoltà.

Povia quest’anno è tornato a Sanremo con un brano dal titolo scioccante: “Luca era gay”. Prima di sentire una sola nota, e perfino prima di aver letto il testo (diffuso solo nei giorni scorsi), l’Arcigay ha scatenato una violenta polemica, tacciando l’artista di omofobia per aver parlato di “guarigione” dalla condizione omosessuale.

Martedì sera verso mezzanotte, finalmente, il momento della verità. Povia sale sul palco e propone un brano dal testo molto poco scandaloso. O, almeno, molto meno volgare degli eccessi riscontrati alle parate di settore.

Nel testo il protagonista del brano precisa: «questa è la mia storia, solo la mia storia/ nessuna malattia, nessuna guarigione».

Un messaggio chiaro, che disinnesca di fatto buona parte delle polemiche sviluppate sul nulla di un’ipotesi.

L’ascolto però non è bastato a sgonfiare il caso. Né è bastato a rabbonire Grillini, presidente onorario dell’Arcigay, che in sala ha avuto modo di dissentire dapprima a gesti – enfatizzati ampiamente dall’occhio attento delle telecamere – e poi con un intervento vero e proprio.

A guardare la serata nel suo complesso, pare quasi si sia voluto creare attorno a Povia un cordone sanitario: verso le 23 Benigni ha voluto chiudere il suo exploit con un richiamo alla dignità di ogni tipo di affettività, recitando una lettera di Oscar Wilde; poi, una volta terminato il brano di Povia, è stato l’onorevole Grillini a chiedere la parola per un commento sviluppato con garbo e concluso purtroppo rinfocolando la stanca polemica.

Curiosamente il caso Povia è stato costruito sul nulla, ma ci hanno guadagnato tutti: l’Arcigay, che ha guadagnato altra visibilità; il cantante, che fino all’ultimo ha mantenuto il riserbo sul testo dando la stura a una ridda di ipotesi sui contenuti del brano; e ci ha guadagnato ovviamente Bonolis, bravo a costruire, montare e mantenere una storia nella storia capace di catalizzare l’attenzione del pubblico, con ripercussioni positive sugli ascolti televisivi.

Mentre il caso mediatico si avvia alla conclusione, la polemica offre lo spunto per una constatazione. Sul metodo, più che sul merito.

Ormai è assodato: non si può uscire dal coro per esprimere posizioni non convenzionali, su qualsiasi differenza e minoranza, senza il rischio di passare per razzisti.

Forse è vero che la normalità non esiste, o quantomeno che ormai è solo una tra le tante minoranze. Se è così, però, non si può non notare che si tratta dell’unica minoranza a non avere il diritto di esprimere liberamente i propri pensieri, i propri timori, i propri valori.

Sarà anche una questione libertà. Ma suona tanto come un paradosso.