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Da Bergamo a Baghdad

Fa impressione il confronto tra due notizie proposte in prima pagina su Repubblica di oggi. Da un lato il reportage di Bernardo Valli su Baghdad, dove le bombe continuano a essere un dramma quotidiano. A fianco, con toni simili, la notizia della protesta degli ultrà atalantini contro il ministro Maroni: quattrocento facinorosi hanno contestato la tessera del tifoso “con fumogeni, petardi e bombe carta”, tra auto date alle fiamme e agenti feriti.

Fa impressione pensare a dove possa arrivare l’essere umano. Da Bergamo a Baghdad, dai tifosi agli integralisti, la violenza viene ancora considerata un linguaggio adeguato a esprimere le proprie ragioni: politiche da un lato, ludiche dall’altro.
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Le paure della Fifa

Riecco la Fifa inflessibile, severa, rigida ed equidistante. Ne sentivamo la necessità: in un mondo del calcio dove la furbata è all’ordine del giorno, dove i soldi portano a intrallazzi e malversazioni, dove i problemi dello sport si sommano a quelli della geopolitica, ecco che la Fifa riprende il suo ruolo di custode della pace e dell’ortodossia.

Sì, ne sentivamo il bisogno: faceva troppo male sapere che Blatter e soci avevano glissato con un sorriso sul caso Henry, su quel colpo di mano voluto e rivendicato, grazie al quale la Francia aveva segnato il gol decisivo per accedere alla fase finale della Coppa del mondo. L’Irlanda aveva rivendicato i suoi diritti, esponendo le sue ragioni e chiedendo giustizia: la ripetizione della partita o l’accesso ai Mondiali come 33.ma squadra.
Blatter, come sempre, aveva sfoderato il suo sorriso da politico promettendo di pensarci, e poi come sempre aveva detto che no, non si poteva fare: chi aveva avuto, aveva avuto; chi aveva dato, aveva dato. Così parlò la Fifa in quell’occasione, e la soluzione puzzava di opportunismo, o di interessi sporcati da principi diversi rispetto a quelli rivendicati – d’accordo, erano le Olimpiadi e non i Mondiali di calcio – da De Coubertain.

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La cosa giusta

Qual è la cosa giusta? Nella vita o su un campo di calcio non è facile individuarla. E quando si pensa di averla trovata, il contesto finisce per metterla in discussione.

Ne sa qualcosa Bepi Pillon, allenatore dell’Ascoli, da sabato soprannominato “mister correttezza” per un gesto senza precedenti. La sua squadra ha segnato un gol con un avversario a terra, e quindi senza rispettare il patto tra gentiluomini di solito osservato in questi casi; Pillon – dice lui “d’accordo con la squadra” – ha ordinato ai suoi di fermarsi e di lasciar segnare gli avversari per ristabilire la parità e ripartire con il gioco ad armi pari.
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Una presenza eterea

«Non credo che accettino di vendere Kakà perché devono fare cassa, ma perché quando un giocatore chiede per due o tre volte di andarsene, alla quarta non lo puoi tenere». Lo dice oggi alla Stampa Demetrio Albertini, “senatore” del Milan con un’esperienza internazionale alle spalle.

Abbiamo parlato più volte del fuoriclasse milanista per la sua fede e la sua testimonianza cristiana, che l’ambiente calcistico, pur sorridendo a mezza bocca, ha dovuto rispettare  in ossequio alla qualità tecnica del personaggio. Da sempre il talento è una credenziale che giustifica ciò che suona anomalo o che non si sopporta: la fede di Kakà, il carattere difficile di Mourinho, l’atteggiamento irriverente di Gascogne.

Però la vicenda Kakà è ormai una telenovela dal finale annunciato. Se è questione economica, non si può che concludere con la cessione: il Milan potrà resistere alla prima offerta esorbitante, potrà declinare la seconda, ma prima o poi dovrà cedere.

Resta qualche dubbio sul problema di fondo che spinge il calciatore ad accettare di andarsene altrove. Difficile credere che riguardi i soldi: quando uno guadagna decine di milioni di euro all’anno può permettersi di dire no perfino a offerte da capogiro, e può farci addirittura una bella figura. È successo allo stesso Kakà l’estate scorsa, quando a offrire una cifra da capogiro è stato il presidente (musulmano) del Manchester City: dire di no è stato (oppure è sembrato?) un gesto di coerenza con il proprio credo.

Se il problema non è di natura economica, potrebbe riguardare l’ambiente: ma il calciatore vive a Milano dal 2003, e a quanto pare regge bene la metropoli, né pare abbia avuto il bisogno di trovare una villa fuori dal caos urbano, come altri suoi colleghi.

Che sia un problema di maglia? Anche in questo caso, la tesi è difficile da sostenere: fino a poche settimane fa il fuoriclasse ringraziava i tifosi e prometteva fedeltà, difficile che sia cambiato qualcosa.

Nemmeno il fattore-nostalgia ha qualche chance: ha con sé la famiglia, sua moglie e di recente perfino la sua chiesa brasiliana – non bastassero le decine di comunità evangeliche già presenti a Milano – ha aperto una filiale in centro città.

Forse il problema non esiste, e Kakà sente solo il bisogno di cambiare. Non sappiamo se lo farà: in caso avvenga, però, è probabile che la Milano non calcistica non ne risenta.

Sarà che si tratta di un personaggio globale e – di conseguenza – poco legato al locale, ma in questi sei anni in rossonero, fuori dal campo, la sua presenza è rimasta eterea.

Nonostante le sue forti convinzioni religiose, non si sono registrate da parte sua apparizioni a iniziative di carattere evangelico: mentre i suoi colleghi Atleti di Cristo girano l’Italia, partecipano a trasmissioni radiofoniche e televisive, visitano teatri e chiese, sponsorizzano missioni e iniziative di evangelizzazione, scrivono libri e incontrano la gente, lui è rimasto sempre in disparte.

Un altro stile, forse; sapere della sua fede ha incoraggiato molti, ma la Milano evangelica – quei credenti che sono stati fieri di poterlo annoverare come un “fratello”, e che dalla sua fede magari hanno tratto spunto per parlare di Dio ad amici e colleghi – lo avrebbe voluto abbracciare, ringraziare, salutare, una volta o l’altra. Con la scusa che l’avrebbero voluto tutti (e come dargli torto?), non lo ha visto nessuno. Una presenza incoraggiante, ma del tutto virtuale.

Da questo punto di vista Kakà possiamo dire che è già partito. O, forse, non c’è mai stato.

Chissà, forse Madrid gli sarà più congeniale. Speriamo. Dios te bendiga, Ricardo.

Vera passione

La Stampa racconta l’originale vicenda di una tifoseria tedesca, quella del 1. FC Union di Berlino.

Con lo stadio inagibile e le istituzioni pubbliche latitanti in quanto a fondi, gli ultrà si sono organizzati: dallo scorso giugno ogni giorno alle 6.30 un gruppo di irriducibili si incontra allo stadio e comincia a trafficare tra cazzuole, impalcature, carriole per rimettere in sesto la struttura. Lo fanno gratuitamente, per pura passione: unica consolazione concreta, nel pomeriggio passano alcune sostenitrici con un vassoio di dolci e del tè caldo.

«Nessuno si è pentito di aver preso questa decisione – dice la coordinatrice del gruppo -: la 1. FC Union è come una grande famiglia e ora i tifosi sono ancora più uniti».

Non si tratta (solo) di sfaccendati, naturalmente: ci sono persone che vengono solo per brevi periodi, altre che sono arrivate dal nord della Germania per un giorno solo, qualcuno addirittura prende ferie per poter dare una mano.

Risultato? A febbraio i lavori saranno conclusi e lo stadio sarà a norma, oltre a poter contare sulla copertura di tutte le tribune.

È una storia che sorprende e insegna molto. I tifosi della 1. FC Union non si sono scoraggiati, non hanno organizzato cortei o manifestazioni di piazza per chiedere a “Berlino ladrona” (se tutto il mondo è paese, i sentimenti saranno simili a ogni latitudine) i finanziamenti per rimettere a nuovo il glorioso stadio. Non hanno nemmeno archiviato la questione con un sospiro e un’alzata di spalle.

Sulle spalle, invece, hanno caricato mattoni, sacchi di cemento, attrezzature. Si sono rimboccati le maniche e, giorno dopo giorno, si sono messi al lavoro con un obiettivo. Ognuno lo ha fatto quando e come ha potuto. Senza crogiolarsi sotto il sole, senza scoraggiarsi davanti alla pioggia.

E i risultati sono arrivati.

I tifosi sono così. Spendono tutto quel che possono, pur di seguire la loro squadra; si identificano, sono orgogliosi della loro identità, sfruttano il tempo libero durante la settimana per organizzare il sostegno domenicale con cori e striscioni.

Lo fanno con pazienza, senza cambiare idea alle prime difficoltà, e non vengono meno alla loro fede (calcistica) nemmeno di fronte alle delusioni più cocenti.

Qualcuno obietterà che si tratta di un impegno eccessivo per il contesto effimero cui viene applicato.

Sia come sia, il paragone con i cristiani e le loro chiese è quantomeno impietoso.

I vagoni della discordia

Le agenzie hanno appena battuto le dichiarazioni del questore di Napoli, Antonino Puglisi, in relazione ai penosi fatti di ieri: la inane epopea di un’orda di facinorosi che, sotto le mentite spoglie di tifosi di calcio, hanno preso a forza un treno per poi devastarlo nel percorso tra il capoluogo partenopeo e Roma.

«Quando quel treno si è mosso da Napoli, non c’era alcun pericolo di ordine pubblico», spiega Puglisi in un’intervista. «Cosa avrei dovuto fare, un processo alle intenzioni?»

Secondo il questore «quando il treno si è mosso non c’erano segnali di allarme al di là del naturale disagio dei passeggeri costretti a viaggiare in carrozze affollate di tifosi. Tanto che in molti hanno cambiato treno, ma l’hanno fatto in modo autonomo e spontaneo, senza alcuna pressione o violenza».

Oltretutto «I circa 1.500 tifosi in partenza con l’intercity, sottolinea il questore, erano muniti di biglietto ferroviario e per lo stadio»

Dalle parole del questore gli ultrà sembrano quasi dei distinti gentiluomini dal profilo dickensiano e dai modi gentili che, provvisti di regolare biglietto, salgono sul treno, magari chiedendo “per favore” e scusandosi con gli altri viaggiatori per il disagio arrecato.

Peccato che le cronache del giorno prima – ah, questi cronisti, sempre così poco obiettivi – dicano qualcosa di diverso. E parlino di «due stazioni assaltate, viaggiatori messi in fuga da petardi e fumogeni».

«All’Olimpico ancora scene di violenza, con lancio di petardi e cancelli sfondati», che secondo il questore alla stazione di Napoli non erano per nulla prevedibili: secondo Repubblica invece «Le intenzioni bellicose però s’intuivano sin dai primi cori: “Bruciamo la Capitale”, gridavano i tifosi radunati sulla piattaforma». Che pavidi, questi cronisti, temere il peggio per un paio di coretti da stadio.

In merito ai famosi biglietti, in effetti i controlli delle forze dell’ordine in stazione hanno retto, ma solo fino a un certo punto: «Il filtro ha funzionato finché uno dei tifosi ha avuto un malore. Allora i controlli sono saltati e un centinaio di persone si sono infiltrate senza biglietto». Che pignoli, questi cronisti: che differenza faranno cento biglietti in più.

Ma la frase più fastidiosa, forse, riguarda i passeggeri. Che, nel giorno del grande rientro dalle vacanze, erano «Anziani, bambini, gente che doveva riprendere il lavoro».

Si sono allontanati volontariamente, secondo il questore: oppure, come si legge sui giornali oggi, «dopo essersi ribellati al sopruso, si sono allontanati sottraendosi alla calca dei tifosi».
Tanto che il treno è partito in seguito a un’ordinanza prefettizia urgente «mentre infuriava la protesta dei viaggiatori, costretti a scendere per far posto ai 500 sostenitori del Napoli in attesa». Qualcuno terrorizzato e in lacrime, come quella madre che portava il figlio a Torino per un ricovero ospedaliero.

Non dubitiamo della buonafede del questore, che avrà visto i fatti stando nel mezzo della mischia, com’era giusto che fosse. E forse i cronisti presenti erano davvero dei tragediografi nati con qualche secolo di ritardo.

Resta il fatto che centinaia di cittadini onesti sono stati costretti – con le buone o con le cattive – ad abbandonare un treno per il quale avevano biglietto e posto, cedendo i vagoni a una manica di impuniti urlanti che nessuno vuole o può fermare.

Da chi riduce un vagone a un carro bestiame non si può pretendere un atto civile come le scuse a chi ha dovuto subire i loro comodi.

Almeno il questore, però, potrebbe pensarci. Quelle centinaia di “signori viaggiatori” che si sono trovati loro malgrado in mezzo a una brutta avventura, si sono visti minacciati senza motivo, hanno concluso le vacanze con un’odissea indegna di un paese civile.

Hanno sopportato, bene o male, il “disagio” che nessuno ripagherà loro in termini economici. Forse sarebbero contenti di risparmiarsi almeno parole poco generose da parte di un servitore dello Stato, prima di perdere ogni fiducia nei confronti dello Stato stesso.