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L’incubo del limite

Due notizie. Raccontano storie molto diverse, sono riferite da quotidiani diversi, risultano ambientate in località diverse, eppure sembrano collegate tra loro da un comune denominatore.

La prima vicenda si svolge nelle aule del tribunale di Salerno, dove un giudice ha stabilito con una sentenza la liceità della «diagnosi genetica pre-impianto e all’accesso alle tecniche di fecondazione assistita nei confronti di una coppia fertile, portatrice di una grave malattia ereditaria».

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Illustri sconosciuti

Per qualcuno si tratta di un vero e proprio sacrilegio: il vicepresidente del Consiglio nazionale delle ricerche (CNR), istituto pubblico nazionale che si occupa di promuovere l’attività scientifica nel nostro Paese, è un creazionista.

Una circostanza che suona come un’eresia per la maggioranza degli scienziati italiani: e non poteva essere diversamente dato che, da 150 anni, la scienza ha legato la sua autorevolezza e il suo prestigio alla tesi dell’evoluzione, facendone dottrina e testo sacro per chiunque avesse intenzione di varcare la soglia delle discipline sperimentali.

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Un papà vero

“Una mamma chiamata papà” è il titolo di un servizio che la Stampa, oggi, dedica a un “boom silenzioso”: sono sempre di più i papà che ottengono dal tribunale l’affido dei figli. Nel 2008 erano già 350 mila i minori cresciuti dal padre.

Non saranno padri «sereni come quelli che, ogni giorno, si vedono sorridere nelle pubblicità, in tv, a mangiare allegri attorno a un tavolo, accanto ai figli», ma ci sono e si impegnano ogni giorno nel loro nuovo ruolo.
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Dal giusto al bene

Di falsi invalidi è pieno il nostro paese: dai telefonisti sordi ai ciechi con la patente, periodicamente emergono casi emblematici di un malcostume nazionale. D’altronde c’è da capirli: in mancanza di un’etica solida, non è facile dire no a un’indennità integrativa anche quando non se ne avrebbe il diritto. Lo fanno tutti, perché io no?

Ma non è solo questione di soldi: si sa, il denaro va e viene, e qualche espediente per riempire il portafogli si trova sempre. Quello che è difficile recuperare in altro modo è il privilegio. Il privilegio del contrassegno.

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Fuori bersaglio

A Milano si è aperto il processo a Google: il noto motore di ricerca è finito alla sbarra per la nota vicenda della pubblicazione su Youtube (di cui Google è proprietario) del video in cui quattro ragazzotti torinesi vessavano un compagno di classe disabile. Il filmato ha fatto il giro del mondo, provocando indignazione nell’opinione pubblica e infinite discussioni tra gli addetti ai lavori, concludendo la sua corsa con l’odierno strascico legale.

In aula si discuterà sulla responsabilità oggettiva di chi offre un servizio online, come Google: fino a dove può spingersi l’obbligo di controllo preventivo o di filtraggio dei contenuti? Quali sono i margini ragionevoli entro i quali si può stemperare la responsabilità grazie alla buona volontà di una rimozione solerte, anche se non immediata?

È intuibile però che la portata del processo è più ampia, e giunge a toccare un cardine del diritto come il rapporto tra responsabilità e libertà, tutela della sfera privata e diritti della sfera pubblica, con tutto ciò che ne segue. Per questo motivo al tribunale di Milano sono giunte cinque testate straniere, tra cui il New York Times.

Il Corriere stesso dedica mezza pagina alla notizia, ripercorrendo la vicenda e dando conto della prima udienza (per la cronaca è slittata per assenza dell’interprete).

La causa in corso sarà utile. Utile a stabilire alcuni punti fermi, utile a dare indicazioni concrete a chi opera nel settore.

In questa baraonda, però, si rischia di spostare l’attenzione dal vero problema. Che non è Google – anche se farebbe più notizia – e non è nemmeno l’impossibile gestione umana dei ponderosi archivi video di Youtube.

Il problema non è il servizio offerto, ma il modo in cui è stato usato. Perché tutto  nato da quattro giovani.

Giovani bullotti che un giorno hanno deciso di maltrattare un loro coetaneo.

Giovani imbecilli che, per il loro ignobile gesto, hanno preso di mira un disabile.

Giovani bacati che hanno deciso di filmare la scena, dimostrando la premeditazione, tradendo un atteggiamento esibizionista, oltre che delinquenziale.

Giovani meschini che hanno provato un tale compiacimento dalla loro azione da pensare di condividerla con il mondo intero attraverso un servizio nato per scopi ben diversi.

Nella disgustosa sequenza si avverte una percezione distorta dei valori, dove bene e male si scambiano i ruoli. Qualcuno parlerà della solita infanzia difficile, ma probabilmente sarebbe più corretto chiamare in causa un’educazione latitante.

E allora, riflettiamoci su: la colpa, alla fine, è davvero di Youtube?

Indignazione a senso unico

Sosta breve per Geert Wilders in Gran Bretagna: «A Londra non è stato che poche ore. Appena sbarcato all’aeroporto di Heatrow, Geert Wilders, il deputato di estrema destra olandese sotto processo nel suo Paese per dichiarazioni giudicate offensive nei confronti dell’Islam, è stato riaccompagnato alle partenze da due funzionari del servizio immigrazione e fatto salire sul primo volo per Amsterdam».

Era stato invitato da un parlamentare inglese per assistere alla proezione del suo film-documentario, Fitna, che da quando è uscito (poco meno di un anno fa) non ha smesso di creargli problemi: d’altronde, come spiega Repubblica, «Con lo short movie “Fitna” (in arabo “scontro”), della durata di 17 minuti, prodotto in proprio dal deputato olandese e diffuso su internet, Wilders aveva denunciato la natura violenta del Corano, esprimendo il concetto che il mondo musulmano è intollerante e violento e rappresenta una minaccia per la civiltà occidentale. Il film paragona il libro sacro dell’Islam al “Mein Kampf” di Adolf Hitler».

Un film a sostegno di tesi scomode, che sono costate al parlamentare «l’incriminazione per odio religioso da parte del tribunale olandese, l’atto di insofferenza del governo inglese, gli strali dell’Onu e le proteste del mondo islamico, così come avvenne dopo la diffusione in Danimarca delle vignette su Maometto».

Se il film sia valido, documentato, serio o solo un’accozzaglia di luoghi comuni accostati in maniera fuorviante alla Michael Moore, non possiamo dirlo. Però fa riflettere che un paese di tradizioni liberali come la Gran Bretagna respinga alle frontiere una persona – un rappresentante del popolo olandese, se vogliamo dirla in maniera pomposa – per una questione che riguarda solo pensieri e opinioni.

Certamente nell’accogliere un personaggio controverso c’era da aspettarsi problemi di ordine pubblico; probabilmente si sarebbero viste manifestazioni di protesta, e magari si sarebbe rischiato anche qualche atto estremo da parte di fanatici che con la libertà hanno poca familiarità.

Tutto questo era da mettere in conto, certo; se però il rischio è tanto forte da comportare una limitazione così clamorosa della libertà di parola, forse è il caso di chiedersi se la legge, oggi, sia ancora uguale per tutti.

Pare infatti che, in Gran Bretagna come in Italia e in tutta Europa ci siano particolari categorie, gruppi, confessioni che possono permettersi di minacciare e zittire gli altri, con il benestare di chi dovrebbe affrontare il problema ma preferisce non farlo.

Sarebbe fin troppo facile far presente che nessuna autorità europea blocca i film, i libri, i pensieri che criticano la cristianità, e speriamo vivamente che nessuno pensi seriamente di chiederlo; il problema, però, è che di fronte a queste vicende non è concesso nemmeno il diritto di indignarsi senza venir bollati come fondamentalisti liberticidi, mentre sull’altro fronte una banale vignetta su Maometto (in Danimarca) o un semplice commento storico (a Ratisbona) vengono considerati alla stregua di una “grave provocazione”, e giustificano a mettere sottosopra mezzo mondo.

Tolleranza, libertà, democrazia, solidarietà sono concetti cardine nella nostra cultura. Continuare a esercitarli a senso unico, però, potrebbe rivelarsi l’inizio della loro fine.

Quella radio fastidiosa

Ascoltare la radio a un volume troppo alto disturba gli altri, a prescindere dai contenuti. Se poi si tratta di una radio di ispirazione cristiana, dove i contenuti risultano piuttosto scomodi, la questione può degenerare e finire in tribunale. Oppure a Forum, il programma di Canale 5, come è capitato mercoledì 28 a un giovane foggiano, tale Grant, trascinato davanti al giudice (non era Santi Licheri, purtroppo) dalla collega Arianna, che lavora nel suo stesso ufficio ed è stufa di doversi sorbire ogni giorno i programmi di un’emittente evangelica «che trasmette esclusivamente programmi mirati al proselitismo», sparati a tutto volume.

Naturalmente il giudice Francesco Riccio, con ragionevolezza, ha riconosciuto in via preliminare che il diritto di professare liberamente la propria religione rientra «tra i diritti inviolabili della persona previsti dalla Costituzione»; riconosce tale diritto a tutti i cittadini, «facendo eventualmente anche opera di proselitismo»; lo statuto dei lavoratori, ha ricordato poi, riconosce inoltre il diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero sul posto di lavoro.

Dall’altra parte, però, la legge riconosce il diritto di non professare nessuna fede e di non ricevere «alcun indottrinamento religioso», dato che «l’atto di fede è, per sua natura, libero e volontario».

Per questo il giudice ha accolto la richiesta della ragazza, e disposto che Grant riduca, «entro i limiti della normale tollerabilità, l’ascolto ad alto volume dei suoi programmi radiofonici».

Una sentenza decisamente equa, nulla da dire, che comunque solleva almeno un paio di riflessioni.

Da un lato viene da chiedersi se Arianna, o chi per lei, si sarebbe lamentata allo stesso modo in caso la stazione ascoltata da Grant fosse stata una radio secolare, e avesse quindi trasmesso la voce di Gerry Scotti, Federico l’olandese volante, Linus al posto di quella di Èlia Xodo, Maria Spinelli, Ellero Balzani. Il problema molto probabilmente erano i contenuti, non il volume.

Dall’altro lato potremmo interrogarci su quanto valida sia la testimonianza cristiana di un credente che, ovviamente in perfetta buona fede, disturba i suoi colleghi. Con qualcosa di pulito e magari utile, ci mancherebbe: ma facendo comunque la figura del vicino importuno, del Ned Flanders di simpsoniana memoria, che va oltre i limiti e diventa lo zimbello del paese senza nemmeno rendersene conto, e rallegrandosi anzi per la “persecuzione” che gli porta il suo atteggiamento asfissiante.

Non cadiamo nello stesso equivoco, perdendo il senso della misura. L’esempio concreto deve venire prima del messaggio, e dimostrare la propria fede deve essere sempre prioritario sul comunicarla.

Altrimenti potremo alzare il volume quanto vorremo, ma senza riuscire a raggiungere il nostro scopo.

Il senatore e l’Onnipotente

Un attempato senatore americano fa causa a Dio. Ernie Chambers, 71 anni, da 38 in carica, ha deciso di portare in tribunale nientemeno che l’Onnipotente per chiedergli di difendersi dalla sua condotta.

Infatti, nella denuncia di Chambers, Dio risulta responsabile “delle continue minacce terroristiche, con conseguenti danni per milioni e milioni di persone in tutto il mondo”, nonché di “terremoti, uragani, guerre e nascite di bmibi on malformazioni”. Non solo: Dio avrebbe “distribuito, in forma scritta, documenti che servono a trasmettere paura, ansia, terrore e incertezza, al fine di ottenere obbedienza”.

La causa è stata giudicata inammissibile dalla corte del Nebraska, dal momento che non è noto un domicilio dove recapitare al Creatore l’invito a comparire davanti al tribunale.

Per parte sua Chambers si dice soddisfatto: avrebbe dimostrato che tutti possono accedere alla giustizia, e che chiunque può essere giudicato. Eppure i conti non tornano: fosse stato questo l’obiettivo, avrebbe fatto più effetto una causa contro il presidente Bush, o un Ahmadinejad qualsiasi.

Prendersela con Dio forse è più comodo, dato che apparentemente non risponde. Certo che poi quando si decide non è così semplice ribattergli, come ha imparato il buon Giobbe.

Chiamare in causa Dio per ascrivergli tutti i mali del mondo, d’altronde, è abbastanza comune, e rivela che il senatore Chambers non conosce Dio di persona. Niente di strano: negli USA come da noi molti si definiscono cristiani, ma limitano la loro fede a una religiosità di facciata, una formula vuota, ben lontana da una vita cristiana coerente.

Se non si conosce il Dio d’amore che ha dato suo figlio per l’uomo, è facile cadere nella demagogia un po’ ipocrita da supermarket del luogo comune. E dire che basterebbe un po’ di buonsenso e di onestà per rendersi conto che buona parte dei drammi e dei disastri di cui parliamo non li ha provocati Dio, ma l’uomo.

Il senatore e l'Onnipotente

Un attempato senatore americano fa causa a Dio. Ernie Chambers, 71 anni, da 38 in carica, ha deciso di portare in tribunale nientemeno che l’Onnipotente per chiedergli di difendersi dalla sua condotta.

Infatti, nella denuncia di Chambers, Dio risulta responsabile “delle continue minacce terroristiche, con conseguenti danni per milioni e milioni di persone in tutto il mondo”, nonché di “terremoti, uragani, guerre e nascite di bmibi on malformazioni”. Non solo: Dio avrebbe “distribuito, in forma scritta, documenti che servono a trasmettere paura, ansia, terrore e incertezza, al fine di ottenere obbedienza”.

La causa è stata giudicata inammissibile dalla corte del Nebraska, dal momento che non è noto un domicilio dove recapitare al Creatore l’invito a comparire davanti al tribunale.

Per parte sua Chambers si dice soddisfatto: avrebbe dimostrato che tutti possono accedere alla giustizia, e che chiunque può essere giudicato. Eppure i conti non tornano: fosse stato questo l’obiettivo, avrebbe fatto più effetto una causa contro il presidente Bush, o un Ahmadinejad qualsiasi.

Prendersela con Dio forse è più comodo, dato che apparentemente non risponde. Certo che poi quando si decide non è così semplice ribattergli, come ha imparato il buon Giobbe.

Chiamare in causa Dio per ascrivergli tutti i mali del mondo, d’altronde, è abbastanza comune, e rivela che il senatore Chambers non conosce Dio di persona. Niente di strano: negli USA come da noi molti si definiscono cristiani, ma limitano la loro fede a una religiosità di facciata, una formula vuota, ben lontana da una vita cristiana coerente.

Se non si conosce il Dio d’amore che ha dato suo figlio per l’uomo, è facile cadere nella demagogia un po’ ipocrita da supermarket del luogo comune. E dire che basterebbe un po’ di buonsenso e di onestà per rendersi conto che buona parte dei drammi e dei disastri di cui parliamo non li ha provocati Dio, ma l’uomo.