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Se mille vi sembran pochi

Eppure, se succede, un motivo c’è.

I giornali hanno segnalato il caso di un sessantenne romano che avrebbe irretito almeno venti donne, estorcendo denaro e abusando delle loro figlie preadolescenti, con la scusa che doveva «modificare il karma delle bambine e trasmettere a tale scopo il suo Dna sano e curativo che avrebbe impedito il compimento del negativo destino e risparmiato alla madre le  sofferenze altrimenti inevitabili». Una storia che andava avanti dagli anni Novanta.

Il personaggio in questione, arrestato nei giorni scorsi, è il “guru” di una setta dal nome esotico, che si dedica allo yoga e a terapie orientali e – stando ai giornali – avrebbe qualcosa come mille adepti.

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Dieci anni dopo

Risulta sempre un po’ retorico, e piuttosto pericoloso, parlare di decenni: come esseri umani facciamo difficoltà a ricordare i fatti dell’ultima settimana, e con fatica mettiamo insieme gli avvenimenti dell’anno, figurarsi il senso di inadeguatezza e l’angoscia nell’affrontare un periodo dieci volte più ampio.

Eppure, con il 31 dicembre 2009, si chiude il primo decennio del nuovo secolo, o – absit iniuria verbis – del terzo millennio. Un decennio è già un lasso di tempo che perde di vista la quotidianità per tendere alle unità di misura adottate dalla storia: in un decennio – specie in un decennio di un’epoca come questa – il mondo cambia significativamente.

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Un Cuore da bollino rosso

Sadico: l’hanno definito sadico. «In un saggio di prossima pubblicazione – scrive il Corriere – due specialisti, Pino Boero e Giovanni Genovesi, sostengono che Cuore non sia “adatto per i ragazzi”… La lettura di Cuore è sconsigliata per il carattere “lacrimevole”, talvolta “truculento”, spesso “sadico”».

Del libro Cuore, nel nostro piccolo, avevamo già parlato. A quanto pare, però, non eravamo informati sui fatti.
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Obiezione, vostro onore

Scrive La Stampa che «Vendere on-line semi di cannabis e materiale per la coltivazione della canapa indiana non istiga all’uso illecito delle droghe, anzi è un’attività protetta dall’articolo 21 della Costituzione per il quale “tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione”. E così la Corte d’Appello di Firenze, rende noto l’associazione dei consumatori Aduc, ha annullato la sentenza di primo grado con cui era stato condannato il gestore di un negozio on-line di semi di cannabis e materiale per la coltivazione come fertilizzanti e bilancini».

Il ragionamento della Corte d’Appello di Firenze è chiaro: vendere semi di canapa è come vendere un coltello da cucina. Peccato che le opportunità di uso pacifico di un coltello da cucina siano numerose, mentre i semi di canapa riportino alla mente – noi, maliziosi – sempre a un uso specifico, che non è propriamente quello terapeutico.

Il sottosegretario Giovanardi si dice “allibito” per la sentenza, che peraltro vanifica un ampio impegno sul fronte della prevenzione e della lotta alle sostanze stupefacenti messo in atto in questi ultimi mesi.

I giudici sono un’autorità, e alle autorità il cristiano è chiamato a sottomettersi; di conseguenza le sentenze vanno rispettate anche quando non piacciono.

Con tutto il rispetto dovuto, quindi, ci permettiamo solo tre innocue obiezioni, lo facciamo perché siamo preoccupati.

L’interpretazione letterale, farisaica (absit iniuria verbis) di una legge comporta l’allontanamento da quello “spirito della norma” il cui rispetto viene indicato dai libri di legge come lo scopo ultimo del giudice.
Perdere di vista questa concezione ed elevare a idolo un singolo articolo non può non turbare l’ingenuo cittadino che, da una corte, si aspetta giustizia, non giurisprudenza.

In secondo luogo è una questione di coerenza: il lunedì ci troviamo a piangere i ragazzi morti in seguito a un incidente causato dall’uso di sostanze stupefacenti; il martedì sentiamo annunciare campagne contro l’uso delle droghe; il mercoledì leggiamo sentenze che, indirettamente, danno alla società un segnale diametralmente opposto, giungendo a usare la Carta costituzionale per giustificare la vendita di prodotti quantomeno sospetti.

A non voler essere malevoli, ci viene da pensare che sia un problema di comunicazione. Per questo sembrerebbe il caso che i poteri – legislativo, esecutivo, giudiziario e chi ha il compito di dare loro applicazione – instaurassero tra loro un sano dialogo.

D’accordo, scherzavamo: probabilmente è un’utopia, stretta tra interessi di parte e chi agiterà lo spettro del pensiero unico; eppure non possiamo fare a meno di pensare che un dialogo aiuterebbe a evitare contraddizioni, equivoci e magari anche sprechi di risorse.

D’altronde non è un mistero per nessuno il fatto che a colpi di leggi non condivise, o di sentenze creative, non si va da nessuna parte.
E forse è davvero il momento di comprendere in quale direzione vogliamo indirizzare questo malandato Paese.