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Le responsabilità della libertà

Ormai era nell’aria e, nonostante le contestazioni dell’ultimo minuto e le manovre di qualche pio illuso, non poteva che finire così: il Sinodo valdese, riunito a Torre Pellice, ha votato sì al riconoscimento della benedizione per le coppie gay.

Una decisione che un gruppetto minoritario aveva tentato di evitare nelle ultime settimane, con un appello pubblico al Sinodo affinché ritrovasse la fedeltà alla secolare Confessione di fede valdese e, per quanto possa sembrare scontato, al vangelo, evitando decisioni destinate ad allontanare i valdesi dalle altre realtà evangeliche.
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Distributori di illusioni

Ha ragione chi dice che il distributore automatico di profilattici non è la soluzione ai problemi dei giovani. Semmai una pezza che però, come spesso capita in questi casi, rischia di venir vista come un incoraggiamento verso una condotta che, si vuole far credere, è comune alla stragrande maggioranza dei giovani e quindi – per un sillogismo bacato – è automaticamente “giusta” per i tempi in cui viviamo.

Sbaglia, dunque, chi incoraggia la libertà di costumi: basterebbe uno sguardo responsabile sulle statistiche per farsene un’idea. O, magari, basterebbe guardare in faccia questi giovani che crescono troppo in fretta perdendosi il meglio dell’infanzia, dell’adolescenza e – temiamo – dell’età adulta.

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Nebbia di idee

Il prossimo 10 gennaio saranno passati cinque anni da quando entrò in vigore la nota legge antifumo emanata dal ministro per la salute Sirchia, che vietava sigarette, sigari, pipe e affini in tutti i locali pubblici del nostro Paese.

Sembrava una delle tante iniziative legislative destinate a vedere scarsi riscontri pratici e invece, contro tutte le aspettative, da ormai quasi cinque anni la legge Sirchia regge egregiamente: gli italiani, per qualche strano meccanismo mentale e sociale, hanno preso a cuore la normativa, rispettandola e pretendendone il rispetto. Tanto che ormai è raro entrare in un bar e trovarsi avvolti in una coltre di nebbia provocata dalle sigarette degli avventori, situazione comune fino a qualche anno fa.

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Fuori tempo massimo

«Vittoria!» – «Vergogna!»

Le reazioni del mondo evangelico alla sentenza di Strasburgo sulla rimozione dei crocifissi nelle aule scolastiche italiane non potevano essere più antitetiche. Posizioni diverse e legittime, che si basano su considerazioni opposte. Da un lato una tendenza laicista che, spesso, deborda su posizioni di principio anticattoliche, senza se e senza ma; dall’altro una linea meno rigida, più comprensiva, che però rischia di passare per una manovra di ripiegamento.
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Il trionfo dell’alibi

La notizia delle dimissioni di Dino Boffo, direttore di Avvenire, mi ha provocato lo stesso senso di smarrimento che mi aveva colto il 28 agosto scorso, di fronte alla prima pagina del Giornale. Un titolo urlato, un attacco personale nei confronti di un collega che ha espresso con sobrietà alcune obiezioni sulla moralità del premier. Niente a che vedere con le campagne mediatiche di altre testate, anche cattoliche, che in questi mesi avevano lanciato accuse e insinuazioni contro il Presidente del Consiglio: insomma, sembrava un caso montato sulla persona sbagliata.

Inizialmente l’avevamo presa come una campagna mediatica del Giornale, e lo stesso Berlusconi aveva assicurato di non essere al corrente della scelta di Feltri. Oggi che il fronte si allarga a un’altra testata di famiglia, qualche dubbio comincia a sorgere.

E, di fronte al rischio di una balcanizzazione del conflitto, viene infine da pensare che Dino Boffo abbia fatto bene.

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Il trionfo dell'alibi

La notizia delle dimissioni di Dino Boffo, direttore di Avvenire, mi ha provocato lo stesso senso di smarrimento che mi aveva colto il 28 agosto scorso, di fronte alla prima pagina del Giornale. Un titolo urlato, un attacco personale nei confronti di un collega che ha espresso con sobrietà alcune obiezioni sulla moralità del premier. Niente a che vedere con le campagne mediatiche di altre testate, anche cattoliche, che in questi mesi avevano lanciato accuse e insinuazioni contro il Presidente del Consiglio: insomma, sembrava un caso montato sulla persona sbagliata.

Inizialmente l’avevamo presa come una campagna mediatica del Giornale, e lo stesso Berlusconi aveva assicurato di non essere al corrente della scelta di Feltri. Oggi che il fronte si allarga a un’altra testata di famiglia, qualche dubbio comincia a sorgere.

E, di fronte al rischio di una balcanizzazione del conflitto, viene infine da pensare che Dino Boffo abbia fatto bene.

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L'opportunità di una vittoria

Ieri sera chi ha seguito fino alla fine il collegamento di RaiUno con il Sudafrica, dove si svolgeva la finale della Confederations Cup, si sarà accorto di quanti calciatori della nazionale brasiliana, nel festeggiare la vittoria, abbiano comunicato la loro fede cristiana: non solo Ricardo Kakà, con la sua classica canotta “I belong to Jesus”, ma anche il capitano della squadra, Lùcio e altri indossavano la t-shirt con la scritta “I love Jesus”: una maglietta esposta bene in vista perfino mentre alzavano la coppa.

Poco prima, al termine della sfida vinta contro gli Stati Uniti, la nazionale ha ripetuto l’esperienza del mondiale vinto nel 2002: in ginocchio, in mezzo al campo, a pregare insieme.

Era, va detto, un bel colpo d’occhio vedere una ventina di adulti, tutti miliardari e felici, che festeggiano senza folleggiare, ma con sobrietà e riconoscenza verso Dio.

Sia chiaro: Dio avrebbe anche potuto farli perdere, perché non è un Dio che promette il successo o la prosperità secondo i nostri parametri, e a volte la nostra vita cristiana trae beneficio dalle sconfitte più che dalle vittorie.

Quel che conta, nel contesto della partita di Johannesburg, è che i brasiliani non hanno perso l’occasione per parlare della loro fede.

Viene da chiedersi se noi, di fronte alle piccole e grandi sfide di ogni giorno, siamo altrettanto coerenti con la nostra fede, o se di fronte a una vittoria dimentichiamo rapidamente quel senso di gratitudine verso Dio che già di per sé sarebbe una efficace testimonianza della nostra considerazione e dei nostri sentimenti verso di lui.

L’opportunità di una vittoria

Ieri sera chi ha seguito fino alla fine il collegamento di RaiUno con il Sudafrica, dove si svolgeva la finale della Confederations Cup, si sarà accorto di quanti calciatori della nazionale brasiliana, nel festeggiare la vittoria, abbiano comunicato la loro fede cristiana: non solo Ricardo Kakà, con la sua classica canotta “I belong to Jesus”, ma anche il capitano della squadra, Lùcio e altri indossavano la t-shirt con la scritta “I love Jesus”: una maglietta esposta bene in vista perfino mentre alzavano la coppa.

Poco prima, al termine della sfida vinta contro gli Stati Uniti, la nazionale ha ripetuto l’esperienza del mondiale vinto nel 2002: in ginocchio, in mezzo al campo, a pregare insieme.

Era, va detto, un bel colpo d’occhio vedere una ventina di adulti, tutti miliardari e felici, che festeggiano senza folleggiare, ma con sobrietà e riconoscenza verso Dio.

Sia chiaro: Dio avrebbe anche potuto farli perdere, perché non è un Dio che promette il successo o la prosperità secondo i nostri parametri, e a volte la nostra vita cristiana trae beneficio dalle sconfitte più che dalle vittorie.

Quel che conta, nel contesto della partita di Johannesburg, è che i brasiliani non hanno perso l’occasione per parlare della loro fede.

Viene da chiedersi se noi, di fronte alle piccole e grandi sfide di ogni giorno, siamo altrettanto coerenti con la nostra fede, o se di fronte a una vittoria dimentichiamo rapidamente quel senso di gratitudine verso Dio che già di per sé sarebbe una efficace testimonianza della nostra considerazione e dei nostri sentimenti verso di lui.

Una pietra nell'anima

È interessante la storia dei due turisti americani che, dopo 25 anni, hanno deciso di restituire un pezzo di Colosseo.

A vedere le immagini si tratta di un sasso grande come un pugno, sottratto al monumento capitolino nel corso di una gita ed esposto fino a qualche giorno fa tra i souvenir di una vita.

Senza soddisfazione, però: ogni volta che lo guardavano, si sentivano in colpa.

Già, la colpa. La storia dei due turisti americani è, in fondo, anche la storia di tutti noi.
Chissà quante volte ci è capitato di prendere una pietra che non ci apparteneva.
Una pietra fisica o metaforica: magari solo una parola di troppo, una discussione sfociata in espressioni sgradevoli che hanno deteriorato un rapporto.

Da quella vicenda è rimasta una pietra nella bacheca della nostra anima. Un ricordo che vorremmo considerare una vittoria, e che invece ci pesa. E che non riusciamo più a liquidare.

Ogni volta che le passiamo davanti, quella pietra rompe gli schemi, gli equilibri, le soluzioni che pensavamo di aver trovato per darci pace.

E la colpa torna periodicamente a tormentarci, ogni volta che ripassiamo davanti alla vetrina di quel sasso.

A farci sentire meno colpevoli non basta nemmeno il semplice pentimento, e lo dimostra il fatto che quella pietra ci guarda dalla sua bacheca senza cambiare prospettiva.

L’unico modo per ritrovare la serenità è rimuovere quella pietra, rispedendola al mittente. Il pentimento, per essere efficace, ha bisogno di un atto concreto: il desiderio di recuperare, di ricucire, di rimediare.

Così, come i due turisti americani, anche noi dobbiamo rimettere la pietra dove l’abbiamo presa. Dobbiamo farlo, per gli altri e per noi stessi.

Anche se ormai è passato un quarto di secolo, non è mai troppo tardi per alleggerirsi.

Una pietra nell’anima

È interessante la storia dei due turisti americani che, dopo 25 anni, hanno deciso di restituire un pezzo di Colosseo.

A vedere le immagini si tratta di un sasso grande come un pugno, sottratto al monumento capitolino nel corso di una gita ed esposto fino a qualche giorno fa tra i souvenir di una vita.

Senza soddisfazione, però: ogni volta che lo guardavano, si sentivano in colpa.

Già, la colpa. La storia dei due turisti americani è, in fondo, anche la storia di tutti noi.
Chissà quante volte ci è capitato di prendere una pietra che non ci apparteneva.
Una pietra fisica o metaforica: magari solo una parola di troppo, una discussione sfociata in espressioni sgradevoli che hanno deteriorato un rapporto.

Da quella vicenda è rimasta una pietra nella bacheca della nostra anima. Un ricordo che vorremmo considerare una vittoria, e che invece ci pesa. E che non riusciamo più a liquidare.

Ogni volta che le passiamo davanti, quella pietra rompe gli schemi, gli equilibri, le soluzioni che pensavamo di aver trovato per darci pace.

E la colpa torna periodicamente a tormentarci, ogni volta che ripassiamo davanti alla vetrina di quel sasso.

A farci sentire meno colpevoli non basta nemmeno il semplice pentimento, e lo dimostra il fatto che quella pietra ci guarda dalla sua bacheca senza cambiare prospettiva.

L’unico modo per ritrovare la serenità è rimuovere quella pietra, rispedendola al mittente. Il pentimento, per essere efficace, ha bisogno di un atto concreto: il desiderio di recuperare, di ricucire, di rimediare.

Così, come i due turisti americani, anche noi dobbiamo rimettere la pietra dove l’abbiamo presa. Dobbiamo farlo, per gli altri e per noi stessi.

Anche se ormai è passato un quarto di secolo, non è mai troppo tardi per alleggerirsi.