La morte e la pietà

Decine, centinaia di messaggi di protesta: il pubblico dei social network ha levato, compatto, la voce per indignarsi dopo che un quotidiano locale ha pubblicato in prima pagina, ieri, un’immagine particolarmente forte del dramma vissuto da Piermario Morosini, calciatore del Livorno, crollato in campo durante una partita a Piacenza fulminato – pare – da un infarto. Una vicenda che ha scosso il solitamente stoico mondo del calcio, convincendo la Federazione a proclamare una domenica di lutto, senza partite, per rispetto verso un giocatore sfortunato, mancato a 25 anni, dopo una vita irta di difficoltà, quando sembrava finalmente felice.

Il giornale locale ha evidentemente pensato che limitarsi alle immagini ordinarie della disperazione e dei soccorsi, su cui si sono concentrati le altre testate, sarebbe stato banale: ha optato così per l’immagine del giocatore senza vita, scomposto, in primo piano gli occhi spalancati e vitrei. Un’immagine forte che ha colpito un pubblico solitamente taciturno, provocando reazioni sorprendenti.

Sorprendenti quanto le parole del vicedirettore che, già nel corso della giornata di ieri, ha sentito il dovere di rispondere ai lettori sul web adducendo le giustificazioni di rito. Poco convincenti e, oltretutto, poco convinte, se lo stesso giornalista conclude con un poco gradevole – e poco pacificante – «la verità a volte fa troppo male».

Già, la verità. La verità è una categoria teologica impegnativa dietro cui nascondersi. Lo sappiamo dai tempi di Caterina Caselli e, prima ancora, di un governatore romano di nome Pilato.

Dare al proprio errore il nome di verità non cambia le cose. Per un motivo che certo il vicedirettore – veterano del suo mestiere – conosce bene.

La giustificazione, infatti, avrebbe retto se l’immagine avesse rappresentato una notizia esclusiva o una denuncia: la foto del bambino coperto di mosche nel Corno d’Africa o il pianto disperato della donna siriana dopo le azioni militari delle truppe di Assad. La provocazione avrebbe avuto senso in quanto tentativo di smuovere le coscienze, riportare all’attenzione dell’opinione pubblica un dramma dimenticato.

Ma nel caso del povero Morosini non c’erano battaglie da sostenere, cause da rilanciare, se non il dramma di uno sport giocato a un tale livello di agonismo da provocare, anche quando è pulito, seri rischi a chi lo pratica. Non c’è di mezzo – almeno, non al momento attuale – doping su cui concionare, non ci sono scommesse da stigmatizzare, non c’è un mancato controllo sulle condizioni di salute da biasimare, non c’è un falso certificato medico da parte di un dottore compiacente contro cui scagliarsi. È stata solo una disgrazia, e andava trattata come tale, con l’opportuna dose di pietà che, peraltro, i principali giornali nazionali hanno avuto presentando in prima pagina altre foto che certo non erano meno esplicite, e anzi rendevano il senso di ansia vissuto in quel concitato momento, mentre si consumava un dramma imprevedibile e scioccante.

Per questo è difficile derubricare quell’immagine come “verità”. La verità, per non diventare sensazionalismo, non andrebbe mai disgiunta dalla pietà. Che non è ipocrisia, ma senso di umanità.

Superare quel limite – o peggio, non riconoscerlo nemmeno – è pericoloso: dimostra che, per i media, la vita è diventata una fiction, un reality, una continua diretta sull’intimità negata. Di norma, a cose fatte, si sostiene che è l’opinione pubblica a indirizzare i media verso temi, approcci, immagini sempre più truci. Talvolta: ma non questa volta. Grazie a Dio, verrebbe da aggiungere.

Pubblicato il 16 aprile, 2012 su editoriali. Aggiungi ai preferiti il collegamento . Lascia un commento.

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