Citazioni interessate

Un versetto della Bibbia è al centro delle polemiche di questa settimana. Il ministro Salvini decide di rifiutare l’attracco alla Aquarius, nave che trasporta decine di migranti soccorsi davanti alle coste libiche; lo stallo, reso più critico dal contestuale rifiuto di Malta, alla fine è stato superato grazie alla disponibilità spagnola, e a quel punto è partito un tutti contro tutti: l’Italia ha ribadito la sua posizione (“non possiamo pensarci sempre noi”), Malta se n’è lavata le mani citando le leggi internazionali (che, sembra, non sono così chiare), la Spagna ha fatto la figura migliore ma si è sentita rinfacciare che nelle sue enclave di Ceuta e Melilla segue una politica decisamente meno generosa, la Francia ha criticato pesantemente l’Italia ed è stata a sua volta rimbrottata («No, monsieur le president: lezioni da altri, ma da lei proprio no», ha scritto Enrico Mentana).

In mezzo al bailamme i detrattori di Salvini si sono scatenati rilanciando le celebri parole di Gesù: «Ero straniero e non mi avete accolto» (Matteo 25,43), leit motiv riproposto anche da Gianfranco Ravasi, che a sua volta non si è salvato dalla gragnuola di critiche da parte di chi, evidentemente, considera colma la misura dell’ospitalità italica. I sostenitori dell’accoglienza hanno replicato che chi sbandiera il vangelo in campagna elettorale come garanzia dei propri valori non può poi condannare chi lo usa per commentare le mosse derivate da quei valori; e così via, in un crescendo rossiniano di slogan, generalizzazioni e insulti.

A lasciare perplessi, a margine di questo fitto scambio, non è tanto la dialettica da social, quanto piuttosto l’abitudine, ormai ampiamente diffusa, di fare un uso partigiano delle parole di Gesù utili ad accreditare il proprio pensiero, dimenticando i restanti risvolti della sua predicazione e, va da sé, il senso stesso del suo messaggio.


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Giuramenti mancati

La Spagna ha un nuovo premier: Mariano Rajoy ha ceduto il passo al socialista Pedro Sanchez, che si è distinto da subito per essere stato il primo – lo hanno rilevato Corriere, Repubblica, StampaGiornale – ad aver giurato senza una Bibbia sul tavolo. Anzi: stando al Manifesto, l’ateo Sanchez non ha nemmeno “giurato”, ma semplicemente “promesso”: una scelta che, per eterogenesi dei fini, è molto più biblica di quanto sembri.

Verso il cambiamento

Dopo una serie di colpi di scena, giravolte, mosse tattiche e voltafaccia, a tre mesi dalle elezioni abbiamo un governo: il nuovo presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, ha giurato insieme ai suoi ministri e iniziato a lavorare per il cambiamento che campeggia nel frontespizio dell’accordo tra gli ex contendenti (divisi da una differenza di prospettive espressa plasticamente già nel modo di definire quelle pagine, che per gli uni sono “programma”, per gli altri “contratto”).

La fase delle valutazioni preventive lascia il posto al momento delle speranze (con qualche eccezione): «speriamo che il Governo che giurerà oggi – scriveva Francesco Riccardi ieri su Avvenire – ci sorprenda per l’equilibrio, la competenza e la misura ben conosciute e riconosciute in alcune delle personalità che ne sono parte. Perché l’indecente canea scatenata contro il saggio e paziente presidente Sergio Mattarella nelle ore successive al primo tentativo di formare una compagine giallo-verde dà la misura dei miasmi che ancora aleggiano e che potrebbero tornare ad avvelenare il clima delle prossime settimane e mesi».

Lo strappo di Windsor

Sabato nella Cappella di San Giorgio a Windsor è andato in scena il matrimonio tra il principe Harry e l’attrice americana Meghan Markle; la cerimonia, celebrata dall’arcivescovo di Canterbury Justin Welby e concelebrata dal decano di Windsor David Conner, si è svolta con rito anglicano, per quanto siano stati numerosi gli innesti episcopali in onore all’origine statunitense della sposa. Una cerimonia interessante, caratterizzata dalle immancabili letture bibliche – ampie citazioni dal Cantico dei cantici – e da un sermone intenso, in perfetto stile USA, del reverendo Michael Curry; in chiusura i presenti hanno intonato in coro la ormai tradizionale “Bread of Heaven” (“Pan di vita”, sentita anche al matrimonio del fratello William), mentre fuori dalla chiesa voci gospel hanno cantato il classico “Amen”.

Purtroppo la copertura dei canali italiani è stata ampia ma deludente: RaiUno, Canale5, RaiNews, SkyTg24 hanno interrotto le varie fasi – preghiere, formule, perfino il sermone – con commenti e interventi non sincronizzati (e spesso inutili, ridondanti o autoreferenziali). La più deludente probabilmente è stata RaiUno, dove il chiacchiericcio degli esperti non è cessato nemmeno nei momenti topici; la migliore, inaspettatamente, Real Time, che – pur offrendo una traduzione a tratti precaria – si è dimostrata rispettosa del rito, lasciando ai telespettatori la possibilità di vivere il momento senza narrazioni superflue.

In merito ai protagonisti, pare che Harry, lo scapestrato di famiglia, abbia trovato la quadra per mettere la testa a posto, impalmando una fanciulla alternativa quanto lui; per parte sua Meghan, da consumata attrice, pareva compresa nel ruolo, pronta a recitare il copione più importante e formale della sua vita, nel contempo compiaciuta per i colpi assestati alla tradizione di riti che avevano resistito per secoli: rivendicazioni che suonavano vagamente eccentriche per una persona che si apprestava a entrare – si spera consapevolmente – in una vera famiglia reale, che di certo non è il posto più indicato per scelte fuori dal coro.

Manifesti controversi

Polemiche a Roma in seguito all’affissione di un manifesto pubblicitario dedicato alla difesa della vita. Il messaggio – “l’aborto è la principale causa di femminicidio al mondo” – non è stato accolto particolarmente bene sui social, dove si è registrata una pioggia di insulti e di critiche sia nel merito, per l’iniziativa stessa (e questo era prevedibile), sia per il metodo, dato che il concetto di femminicidio definisce una categoria di delitti molto specifica in cui non pare possa rientrare la soppressione di una vita femminile tout court.

Dopo un paio di giorni il Comune di Roma, che in un primo momento aveva declinato la sua competenza sull’affissione, ha disposto la rimozione dei manifesti.

Se lo scopo era far parlare del tema, l’obiettivo è stato decisamente raggiunto proprio grazie alle reazioni dei detrattori.

Messaggi dall’Eurofestival

È tempo di Eurofestival: sabato sera sul palco della classica rassegna musicale continentale ospitata quest’anno a Lisbona (diretta su RaiUno) sarà in gara anche un brano ispirato a un personaggio cristiano del passato, il nordico Magnus Erlendsson, che il danese Rasmussen racconterà nella sua “Higher ground”Magnus era un nobile norvegese vissuto nell’undicesimo secolo, «conte delle isole Orcadi convertito al cristianesimo, che governò le isole scozzesi fra il 1106 e il 1115 all’insegna del dialogo, della pace e del rifiuto della guerra»: nel primo caso «restò sulla nave a recitare i salmi», nel secondo trovò la morte «dopo aver rifiutato di contendersi col cugino Haakon il governo, fino ad allora condiviso, della contea. Aveva appena pregato per le anime dei suoi carnefici». Il brano si può ascoltare qui.

A proposito, Avvenire ricorda anche che il regolamento dell’Eurosong Contest vieta «citazioni esplicite che rimandino a politica o confessioni religiose», ma nonostante questo «per ben due volte hanno vinto canzoni con chiari rimandi alla fede, “Hallelujah” (degli israeliani Gali Atari & Milk and Honey, nel 1979) e “Hard Rock Hallelujah” dei finlandesi Lordi nel 2006», il cui testo recitava «Gli angeli del rock n’roll portano l’Hallelujah / nella creazione di Dio Altissimo e soprannaturale / solo chi crede davvero / sarà salvato»). In un terzo caso, «nel 2014 per la Svizzera salirono sul palco i Takasa, una band composta da membri dell’Esercito della salvezza, l’organizzazione umanitaria evangelica».

Il tema dimenticato

Ha fatto scalpore l’incontro tra i presidenti delle due Coree, Kim Jong Un e Moon Jae-in: un momento storico che potrebbe preludere ad altri sviluppi positivi. Peccato che il problema, con la Corea del nord, non sia solamente internazionale, ma anche interno, e riguardi in primo luogo l’annosa questione dei diritti umani: «le sevizie, le torture, le uccisioni di massa, le prigioni ridotte a luoghi di sopraffazione totale e senza limiti – denuncia Pierluigi Battista -, tutto questo non entra nei negoziati. Viene cancellato dagli argomenti di interesse pubblico. I dissidenti e gli oppositori sono esposti al massacro senza che una sola voce si levi nel mondo». Insomma, conclude, «la Corea del nord la fa franca. Nessun ispettore andrà a controllare le fosse comuni degli assassinati del regime. Nessuna diplomazia oserà chiedere conto della violazione sistematica dei diritti umani. Nessun comitato chiederà il rispetto delle garanzie che dovrebbero tutelare la libertà e la dignità di un popolo vessato e sfortunato».

Libertà e rispetto

Non è stata una bella scena quella che si è ripetuta addirittura in tre località in occasione del 25 Aprile: a Milano la Brigata ebraica è stata contestata da frange estremiste; a Roma la presenza al corteo dei movimenti pro-Palestina ha convinto la comunità ebraica a dare forfait e organizzare un’iniziativa autonoma; alla Risiera di San Sabba di Trieste il rabbino ha lasciato le celebrazioni per la reiterata strumentalizzazione dell’iniziativa da parte di alcuni faziosi. Chissà se questi agitatori prima o poi capiranno che la libertà di pensiero non impone la contestazione integralista e becera di ciò che non si condivide, e che pretendere di riscrivere la storia con l’inchiostro della prepotenza non è il modo migliore per onorare chi ha combattuto per la nostra libertà.

Il coraggio del docente

Il numero di episodi che vedono i docenti succubi del bullismo degli studenti sta assumendo dimensioni decisamente preoccupanti; prima che diventi un’emergenza sociale sarà il caso di interrogarsi seriamente sulla questione che vede gli insegnanti vessati con insulti, offese e gesti violenti mentre vengono immortalati in video che raccontano di sopraffazioni impensabili fino ad appena qualche anno fa.
«Perché il professore non esercita la sua autorità?», si chiede Antonio Polito sul Corriere. Il problema, riflette, non è il coraggio: «no, la domanda che dobbiamo farci è come sia potuto accadere che un insegnante si possa sentire così solo, così indifeso, così deprezzato e abbandonato, dalla scuola, dai genitori, dal resto della società, da preferire di lasciar correre». È una questione politica: bisogna chiedersi «se non esista oggi in Italia un’emergenza educativa che dovrebbe costringerci tutti a riflettere e ad agire per ripristinare un principio di autorità nelle nostre scuole», ritrovando un equilibrio tra «un’idea di libertà che non sia licenza e di autorità che non sia imperio». Per farlo è necessario muoversi compatti, insegnanti, Stato, genitori, «contro questo demone del giustificazionismo, questa paura della responsabilità etica, normativa e talvolta perfino punitiva»; gli esiti di questa battaglia, conclude Polito, non sono meno importanti delle questioni politiche di cui i media, in questo periodo, traboccano.

Antenati presunti

Chissà come ha preso la Regina Elisabetta il presunto scoop di un periodico marocchino – che ha avuto ampio risalto anche in Italia – secondo il quale i Windsor discenderebbero nientemeno che da Maometto. La tesi era emersa già qualche decennio fa, suggerita dalla guida genealogica all’aristocrazia britannica, ma il settimanale marocchino ora traccia un albero genealogico più completo.

Naturalmente la discendenza di questione non sarebbe diretta, ma contemplerebbe una serie di passaggi laterali anche piuttosto impervi. Non sappiamo la reazione dei londinesi, ma probabilmente a Roma avrebbero commentato che così so’ boni tutti.