Il fantasma del condono

Periodicamente si aggira per il nostro Paese il fantasma del condono. Un concetto che, spiega Francesca Paci sulla Stampa, all’estero faticano a tradurre, figurarsi a spiegare. Sarà questione di mentalità: a sud delle Alpi abbiamo familiarità con il concetto di indulgenza plenaria (periodica, oltretutto); salendo verso nord prevale un’altra etica: in Gran Bretagna «non si arriva alla contestazione delle multe automobilistiche perché tra telecamere e morale protestante non c’è cruna d’ago che tenga». E comunque, anche se «ab origine, la cultura protestante e quella cattolica divergono assai sul concetto di perdono», è difficile trovare, almeno in Europa, Paesi di origine cattolica lassisti quanto il nostro.

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Il dilemma di Riace

Quale principio deve prevalere tra il rispetto della legge e il valore della solidarietà? Se ne discute a margine del caso che ha visto protagonista, suo malgrado, il sindaco di Riace, Domenico Lucano. Per il gip è colpevole di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, per i suoi sostenitori di aver piegato la legge alle ragioni dell’umanità. Questione di ruoli e di prospettive: «quando si scontrano due leggi – scrive Antonio Maria Mira su Avvenire – la legge dell’amore e la legge dello Stato quasi sempre vince la seconda. Ma la prima non perde mai. Mimmo Lucano non è un eroe, ma non è neanche un criminale». Il suo limite, secondo Mira, è stato un “eccesso di solidarietà“, quel sentimento che – forse “sbagliando sugli strumenti”, ma questo lo stabiliranno i giudici – gli ha permesso nel tempo di rendere Riace «un paese accogliente, ordinato, pulito. Dove gli immigrati, i rifiutati della terra, sono accolti e integrati. E dove i rifiuti dell’uomo sono gestiti efficientemente». Lucano, lo rileva anche Massimo Gramellini sul Corriere, “non è un falso buono”, e “sui migranti non ha guadagnato un centesimo”. Ed è vero che «talvolta il fine giustifica i mezzi – prosegue -, cioè la disobbedienza civile, ma una cosa è essere Gandhi nell’India occupata dalle truppe britanniche, un’altra abitare in una democrazia, dove si rispettano anche le leggi che si vogliono cambiare». Al di là di questo, la vicenda ci porta a «un dilemma etico che dovrebbe interrogare le coscienze e invece, come sempre, da noi sta agitando gli ultrà». Che poi, annota Mattia Feltri sulla Stampa, non si tratta esattamente di disubbidienza civile: «la disubbidienza civile, quella di Marco Pannella e dei radicali, era ed è altro: è la violazione plateale e annunciata della legge proprio perché siano le conseguenze a stabilirne l’iniquità».
Sia come sia, ammonisce Goffredo Buccini, in uno Stato di diritto «il fine non giustifica mai i mezzi, anzi, se i mezzi sono sbagliati pervertono il fine», perché «la solidarietà senza legalità diventa caos e arbitrio».

Questione di prospettive, certo, ma anche di ruoli: il ruolo dei giudici chiamati a valutare la legittimità formale di un comportamento. Ma anche il ruolo di un pubblico ufficiale, il sindaco, chiamato a sua volta ad applicare e rispettare per primo le leggi della Repubblica che servono proprio a tutelare i cittadini.

Come qualunque amministratore pubblico sa, a volte quelle leggi provocano un cortocircuito, finendo per schiacciare il cittadino che dovrebbero tutelare, scatenando di conseguenza in chi le deve applicare un frustrante senso di impotenza. Per questo a volte, intravedendo una possibile scorciatoia, l’amministratore decide di percorrerla.

Il sindaco di Riace, probabilmente con le migliori intenzioni, nel suo piccolo ha scelto di assumersi quel rischio, ma senza farsene portabandiera; per questo, nella migliore delle ipotesi, è difficile dipingerlo come un pericoloso esponente del buonismo sovversivo, come pure, dall’altro lato, come un eroe dell’umanità applicata contro un sistema disumano. La verità, come spesso accade, sta nel mezzo. In equilibrio tra limiti e virtù.


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Consumatori a tempo pieno

Riposo domenicale: torna ciclicamente in primo piano la discussione sull’apertura dei negozi e dei centri commerciali nelle giornate festive, e stavolta è Luigi di Maio ad agitare la minaccia di fare marcia indietro rispetto alla liberalizzazione introdotta dal governo di Mario Monti. Non è del tutto chiaro se per il leader dei Cinque Stelle sia una battaglia di principio o di convenienza (anche solo, come sostengono i più maliziosi, per deviare l’attenzione dalle tematiche più critiche attualmente sul tappeto), ma la questione riporta in evidenza il senso di «un Settimo Giorno dedicato al riposo», che come rileva Michele Serra su Repubblica, «ha qualcosa di catto-comunista» perché «si celebra la momentanea abdicazione del primato del profitto, il fedele può finalmente pregare, il salariato finalmente riposare. La compravendita è sospesa. La macchina del Capitale, almeno per un attimo, fa finalmente silenzio». E di fronte a questa prospettiva, nota Serra, «si può non condividere la suggestione, ma non la si può negare». Il dibattito procede a schieramenti variabili: se i detrattori agitano il rischio di migliaia di posti di lavoro in meno, qualche supermercato furbo ha scartato verso la tradizione, dichiarandosi a favore della famiglia (ma lo hanno fatto anche le Coop). Senza voler fare paragoni anacronistici, i diversamente giovani ricorderanno che dieci anni fa i negozi, alla domenica, erano chiusi, e che nel secolo scorso esisteva addirittura uno stop obbligatorio infrasettimanale. Il problema quindi forse non è tanto l’apertura festiva – che talvolta può rivelarsi un sollievo per le nostre esistenze sempre più affannate – ma la ragione che ci ha spinto a trasformarci in consumatori a tempo pieno.


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Valori lontani

Il momento degli addii a John McCain e Aretha Franklin ha monopolizzato i commenti e le riflessioni di questa settimana: i funerali all’eroe di guerra e alla regina del soul ben hanno rappresentato l’affetto del Paese per due figure che lo hanno accompagnato attraverso decenni intensi, aiutando a forgiare la narrazione popolare degli USA contemporanei. Personaggi talmente significativi che sono stati in grado di parlare alla Nazione anche dopo la loro scomparsa: «nel contesto iper-polarizzato attuale – scrive America 101 -, la morte di McCain ha stimolato una riflessione sui valori fondamentali della democrazia americana, ed è servita come un momento unificante per tutti i suoi cittadini, indipendentemente dal colore politico… Secondo alcuni, il comportamento di Trump in questa situazione esprime la sua incapacità di / indisponibilità ad assumere il ruolo di leader morale del paese. In questo contesto, McCain ha esercitato quel ruolo in via postuma». In altre parole, per dirla con Federico Rampini, l’ultimo giorno di agosto è stato «una giornata in cui improvvisamente l’America si è ricordata di quello che può essere, di quello che è stata: tutti i valori più nobili che l’hanno tenuta insieme per generazioni, senza distinzione di colore politico, e che oggi sembrano lontanissimi».


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Il capitano gentiluomo

Si è spento a 81 anni il senatore americano John McCain, già candidato repubblicano alla presidenza USA e, prima ancora, a lungo prigioniero di guerra in Vietnam (dove, per i suoi compagni di sventura, si improvvisò anche pastore): da anni in cura per un tumore al cervello, ha deciso di sospendere le cure per “aspettare la fine alla sua maniera”, spegnendosi poi nel giro di poche ore. Amici e avversari politici lo descrivono come un uomo corretto, onesto e discreto, capace di collaborare per il bene del Paese anche con chi la pensava in maniera diversa dalla sua e di dissociarsi da chi tentava di attaccare le persone anziché le loro idee (celebre l’occasione in cui, a un dibattito elettorale, ha tolto la parola a una donna che stava criticando Obama, suo avversario alle Presidenziali nel 2008).

Dopo il saluto tributatogli dall’Arizona la salma è stata traslata a Washington, dove è stata allestita la camera ardente (qui il video della commemorazione) nella sede del Congresso federale (un onore riconosciuto a pochissimi americani, tra cui di recente Billy Graham), in attesa dei funerali di Stato che si terranno presso la cattedrale cittadina; alla cerimonia sono previste le orazioni funebri degli ex presidenti Barack Obama e George W. Bush, a testimonianza dell’apprezzamento trasversale che la figura di McCain riscuoteva; lo stesso Obama ha già espresso parole particolarmente generose verso colui che, nel 2008, si confrontò con lui alle Presidenziali.

Da registrare, con rammarico, che mentre tutta l’America si è stretta nel lutto nazionale attorno a uno dei suoi simboli e mentre perfino dal Vietnam giungevano parole di cordoglio, dalle nostre parti i social sono esplosi in maniera perfino più feroce del solito nei confronti del defunto (prendete nota, questa settimana sono tutti esperti di storia americana), lambiccandosi in complottismi e insulti che, una volta, il buonsenso avrebbe fermato almeno per qualche ora.


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Consigli per ripartire

Che la sinistra italiana non sia messa bene non è un segreto né una novità: frammentata, rancorosa e disorientata, negli ultimi mesi è diventata – paradossalmente, viste le sue origini – il simbolo del vecchio, della reazione, della “casta” (qualunque cosa voglia dire). E, nonostante le Europee in arrivo, non pare ci sia fretta di dare una svolta capace di riportare fiducia e credibilità alla compagine. Nei giorni scorsi Ernesto Galli della Loggia dalle colonne del Corriere ha provato a suggerire un progetto in dieci punti attraverso il quale i nuovi responsabili del progetto progressista potrebbero far ripartire il sogno. Si tratta di consigli in controtendenza, a partire dal primo: il nuovo partito dovrebbe «sentirsi (e magari anche dirsi) culturalmente cristiano. Per ridare senso alla politica c’è bisogno di un’ispirazione alta e forte che oggi però non può venire da dottrine e valori esclusivamente politici. La “democrazia benevola” che vogliamo non è quella né di Pericle né di Cicerone: deve ad essi cose anche importanti ma è nata qui in Occidente dallo spirito delle Sacre Scritture rese universali dal Cristianesimo. E alla fine, come ha ben detto Massimo Cacciari, solo il cristianesimo può tenere a bada i demoni della scienza, dell’economia e della tecnica riuniti assieme che incombono sul nostro futuro; e in generale, direi, anche quelli di ogni potere che si pretenda assoluto».

Non solo: secondo Galli della Loggia i tempi sono maturi «per un partito che riprendendo un filone sotterraneo che va da Mazzini a Simone Weil, metta all’ordine del giorno una tematica dei doveri e del “limite” contro l’ideologia del menefreghismo edonistico e del «tanto non faccio male a nessuno», nonché contro la pratica orgiastica del futile e del superfluo. Nel fondo dell’animo la gente desidera vivere per qualcosa di più e di meglio che una vacanza alle Maldive». Suggerimenti coraggiosi che dimostrano come «per essere di sinistra non bisogna essere solo di sinistra».

Tanto che – tra radici e futuro, accoglienza e rispetto, solidarietà e obiettivi – viene spontaneo rilevare che il progetto di Galli della Loggia si adatterebbe quasi alla perfezione anche a un futuribile patto di centrodestra.


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Religioni improvvisate

Quali sono le caratteristiche in grado di distinguere, almeno sul piano legale, una religione vera da una fede inventata di sana pianta? Una domanda che ci si è posti a lungo quando esordì Scientology, e che è tornata in evidenza in tempi di pastafarianesimo, una dottrina piuttosto bizzarra creata nel 2005 a tavolino – non senza una certa dose di ironia – da un pensatore che, evidentemente, voleva minare la credibilità delle religioni rivelate. Nel tempo il pastafarianesimo ha ottenuto un parziale riconoscimento in diversi Paesi, ancorché limitato alla possibilità di sfoggiare un certo abbigliamento nelle foto inserite sui documenti d’identità o di ricevere l’autorizzazione alla celebrazione di matrimoni naif.

Ora però il gioco pare finito, almeno nei Paesi Bassi: «una corte olandese – segnala Antonio Gurrado sul Foglio – ha sancito che il pastafarianesimo manca di serietà e coerenza sufficienti ad annoverarlo fra le fedi», ponendo nel contempo alcuni punti fermi che, forse, faranno scuola anche nei Paesi che si erano lasciati abbindolare dalla pretesa della sacralità prêt-à-porter.


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Interessi convergenti

Dodici braccianti stranieri sono morti nel foggiano a distanza di pochi giorni in due incidenti stradali, mentre venivano trasportati – in condizioni evidentemente del tutto insicure – tra i campi e le baracche dove alloggiavano. Immancabile l’indignazione generale, condita dalle parole di prammatica che la politica non può non elargire a piene mani in occasioni come questa, insieme alla promessa di inasprire leggi e fare piena luce. Che nel profondo sud (ma anche al nord) le condizioni di lavoro e di vita dei lavoratori irregolari – italiani e stranieri – siano vergognose pare ormai difficile da contestare. Ma la risposta, riflette su Repubblica Carlo Petrini, non passa per la politica: «immagino – scrive il fondatore di Slow Food – sia capitato a tutti di trovare, nella propria cassetta postale, “volantini” di ipermercati, supermercati e discount che pubblicizzano prodotti sottocosto, sconti imperdibili e altre meraviglie. A leggere determinati prezzi si rimane a bocca aperta, ma cosa c’è dietro tutto questo?».

Colpa della grande distribuzione e forse delle leggi (che, quando ci sono, rimangono comunque inapplicate), ma – in fondo – anche del cliente che approfitta di prezzi impossibili. Del resto il consumatore, fatalmente, farà sempre quello che ritiene il proprio interesse, almeno fino a quando non capirà che il suo interesse non è così distante da quello dei braccianti: i prodotti ultraeconomici spesso non vengono trattati molto meglio dei lavoratori utilizzati per raccoglierli o produrli. La mucca pazza o il metanolo qualcosa dovrebbero aver insegnato.


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Deja vu religiosi

Sapete chi sono i salafiti? Se vi sfugge potete fare il punto con questo utile articolo di Oasis, che presenta il movimento, il suo credo, le differenze rispetto ai sunniti e il suo approccio teologico. Scorrendo l’approfondimento si scopre un movimento fondamentalista, letteralista (“tornare alle fonti” è la parola d’ordine), contrario alle innovazioni teologiche che travalichino il testo sacro e scettico sulle interpretazioni analogiche, unico alfiere della verità tra tutte le correnti islamiche; i salafiti si considerano stranieri in questo mondo, si sentono chiamati a purificare la dottrina (altrui), si dicono contrari a ogni festività non strettamente scritturale, incluso il natale (di Maometto, ovviamente). E, nonostante un approccio così granitico, si presentano piuttosto frammentati. Insomma, per essere un movimento islamico provoca un curioso senso di deja vu.


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Mezzo secolo senza Guareschi

Cinquant’anni fa, il 22 luglio 1968, moriva lo scrittore e giornalista Giovannino Guareschi, artista versatile che divenne noto al grande pubblico in particolare come autore della saga di Don Camillo e Peppone. Un lascito che ancora oggi fa riflettere: impossibile non provare una punta di malinconia di fronte al racconto divertito di un’Italia ormai perduta (citato come esempio anche da personaggi insospettabili), figlia di un tempo in cui le posizioni ideologiche si confrontavano in maniera determinata, ma alla fine sapevano trovare l’elasticità necessaria a garantire a tutti una convivenza dignitosa sotto lo stesso cielo.

All’Italia di oggi manca l’ironia di Guareschi, che danzava sull’immaginario senza mai scivolare nel sarcasmo o nella volgarità. Ma, forse, manca soprattutto l’umanità di Don Camillo e Peppone.


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