Equivoci temporali

simboli del Natale – o presunti tali – vengono contestati ormai da anni da chi, con eccesso di realismo, teme possano offendere i nuovi venuti (per inciso, non si tratta di una questione di fede, ma culturale: altrimenti questi paladini della correttezza religiosa si sarebbero attivati anche in passato, per tutelare la sensibilità delle minoranze autoctone).

L’allestimento del presepe, però, quest’anno ha suscitato scetticismo anche all’interno della chiesa cattolica, se è vero che un prete padovano, Luca Favarin (grazie a Marco D. per la dritta), lo ha definito “ipocrita”. Le sue ragioni sono di carattere politico: «Il nuovo decreto sicurezza – ha spiegato a Repubblica – costringe le persone a dormire per strada, quindi l’Italia si è schierata per la non-accoglienza. Poi però, a casa, tutti bravi a esibire le statuette accanto alla tavola imbandita, al caldo del termosifone acceso». Le contraddizioni sollevate da Favarin si basano sul fatto che «il presepe è l’immagine di un profugo che cerca riparo e lo trova in una stalla».
Ferma restando la condivisibilità delle conclusioni (non si può essere cristiani solo tra i muri di casa), è interessante l’equivoco temporale presente nell’esempio di Favarin: se è vero che, con la fuga in Egitto, da bambino Gesù ha vissuto un’esperienza da rifugiato (per usare un termine attuale), è altrettanto vero che il presepe rappresenta un momento precedente. Gesù, ebreo, nacque nella terra dei suoi padri, ancorché in viaggio; confondere la sequenza cronologica pur di giustificare una tesi rischia di aprire la porta ad altre, più pericolose, strumentalizzazioni.


Sei iscritto alla Guida alla settimana?

Annunci

Idoli e consumi

Per quanti non se ne fossero accorti nonostante la sventagliata di messaggi pubblicitari lanciati in questi giorni, siamo in tempi di Black Friday, il venerdì di forti sconti e acquisti compulsivi che negli Stati Uniti segue il Giorno del ringraziamento; e, in un mondo sempre più globalizzato, era inevitabile che il venerdì nero arrivasse anche da noi, con la sua cornice di prezzi ribassati e corse al presunto affare.

Qualche sociologo potrà spiegare come mai, negli ultimi anni, abbiano preso piede in maniera così marcata dapprima halloween e poi il black friday, mentre curiosamente manchi dal nostro calendario il Giorno del ringraziamento (tra le feste americane autunnali, l’unica con un risvolto cristiano); di certo però, come rileva Gigio Rancilio, anche il consumismo ha un suo particolare retrogusto spirituale: «nei luoghi dove si celebra il Black Friday – scrive su Avvenire – sta accadendo qualcosa di molto simile a un fenomeno religioso, che ha molti tratti in comune con le funzioni delle religioni tradizionali. Anche questo capitalismo ha un bisogno crescente di riti, liturgie, chiese, feste, processioni, canti, parole sacre, sacerdoti, comunità» e li ritrova in «un mondo liberato dal Dio biblico e ripopolato da infiniti idoli».


Sei iscritto alla Guida alla settimana?

L’anagrafe delle opinioni

Se è possibile chiedere all’anagrafe l’attribuzione del sesso che più ci aggrada a prescindere dalle specifiche biologiche, perché non dovremmo poterlo fare anche con l’età? Con questa motivazione un sessantanovenne olandese si è rivolto al tribunale, chiedendo di ordinare agli uffici pubblici di ritoccare la sua data di nascita: vuole, insomma, che gli vengano tolti vent’anni. L’uomo, che di professione fa il motivatore, «ha portato a sostegno della sua tesi pure le prove: i medici infatti gli hanno detto che il suo corpo era quello di un 45enne». E lui, per parte sua, è disposto ad affrontare le conseguenze del suo gesto, rinunciando alla pensione.

La sentenza arriverà tra un mese; per ora il giudice non è parso convinto ma, se non altro, ha aperto uno spiraglio ammettendo «che la facoltà di cambiare genere è un’evoluzione della legge, prima considerata assolutamente impossibile». E quindi, se non oggi, chissà che domani anche l’età non diventi solo un’opinione.


Sei iscritto alla Guida alla settimana?

C’era una volta il privato

Ha fatto ampiamente discutere la scelta di Elisa Isoardi, compagna del vicepremier Salvini, di comunicare il loro allontanamento pubblicando sui social una foto intima e una citazione di Gio Evan.

Prima questione: no, non siete gli unici a non conoscere Gio Evan, anzi; sul tema la reazione più strepitosa è stata probabilmente quella del vignettista e conduttore televisivo Makkox: «ho pensato che fosse una sigla per “Giovanni Evangelista“, e ho chiesto ai miei autori di leggersi tutto il vangelo per trovare la citazione incriminata».

Seconda questione, la foto: un’immagine che immortala non solo due persone, ma anche una tendenza. «Isoardi con quella foto – scrive Giulia Viscardi sulla Stampa – ha una volta di più rappresentato questa sostanza oleosa che è divenuto lo spazio pubblico, dove tutto è uguale, non ci sono ruoli, non ci sono distanze, non ci sono differenze, non c’è alto e basso, pubblico e privato; dove l’intimo di ognuno diventa spettacolo per tutti».


Sei iscritto alla Guida alla settimana?

Maglietta nera

Un’attivista di estrema destra in visita a Predappio esibisce una maglietta nera dove il logo di Disneyland viene preso a prestito e associato ad Auschwitz. Il campo di sterminio per antonomasia assimilato a un parco giochi: un messaggio che non poteva passare inosservato, e infatti l’immagine ha fatto il giro del web, provocando inevitabili commenti scandalizzati. «Non si tratta – scrive Umberto Folena su Avvenire – del vecchio, ridicolo negazionismo teso a minimizzare e a dissimulare. La camerata Ticchi con la sua casacchina finisce per ammettere che i campi di sterminio ci furono. Ma li banalizza, ne fa oggetto di scherno, sommerge la vergogna e l’orrore sotto uno sghignazzo da esibire con orgoglio». E come sempre l’esempio arriva dall’alto: «È caduto l’ultimo freno, l’estrema remora e ci si sente autorizzati a tutto. Il brutto e il volgare sono sempre esistiti. Ma in gran parte restavano intenzioni. Oggi i pensieri si tramutano in opere perché personaggi autorevoli, opinion leader, capi politici, esibendo loro per primi con orgoglio il brutto e il volgare, di fatto autorizzano i fan a fare altrettanto». La vicenda è stata derubricata dalla responsabile a “humour nero”, calembour che in altri momenti avrebbe perfino strappato un sorriso ma che, in questo caso, peggiora la situazione (e non era facile).

Eppure quella maglietta e l’orrore del suo messaggio non sono tutto. Come spesso avviene in questi casi, c’è qualcosa nell’immagine che crea una (dis)valore aggiunto: il sorriso della donna. Un sorriso surreale, che dimostra inconsapevolezza per il messaggio veicolato. Lo stesso sorriso delle donne tedesche quando nell’immediato dopoguerra – lo testimoniano i documentari dell’epoca – entravano nei campi di sterminio pensando a una scampagnata. Con una differenza: loro, da quella gita nell’orrore, uscivano sconvolte, in lacrime, con le gambe tremanti.


Sei iscritto alla Guida alla settimana?

La madre di tutte le manine

Manine, manine ovunque: ormai è diventata un tormentone la denuncia del leader 5 Stelle, Luigi Di Maio, contro chi potrebbe aver modificato il testo del decreto sulla pace fiscale prima della consegna al Quirinale. Inevitabili le polemiche tra il ministro (“c’è chi trama contro di noi”) e i suoi detrattori (“leggete senza capire, votate senza sapere”), con la relativa scia di ironie incrociate.

Su come siano andate le cose si è discusso per giorni, ma probabilmente non si raggiungerà mai una versione condivisa; non resta quindi che rifugiarsi nella storia, rilevando che la vicenda della mano anonima che verga testi incomprensibili (prima) e sgradevoli (poi) ha origini antiche: risale al VI secolo prima di Cristo, ai tempi del profeta Daniele. Per dettagli, potete chiedere al re babilonese Baldassar (ma, se volete uno spoiler, possiamo anticiparvi che non è finita per niente bene).


Sei iscritto alla Guida alla settimana?

Il fantasma del condono

Periodicamente si aggira per il nostro Paese il fantasma del condono. Un concetto che, spiega Francesca Paci sulla Stampa, all’estero faticano a tradurre, figurarsi a spiegare. Sarà questione di mentalità: a sud delle Alpi abbiamo familiarità con il concetto di indulgenza plenaria (periodica, oltretutto); salendo verso nord prevale un’altra etica: in Gran Bretagna «non si arriva alla contestazione delle multe automobilistiche perché tra telecamere e morale protestante non c’è cruna d’ago che tenga». E comunque, anche se «ab origine, la cultura protestante e quella cattolica divergono assai sul concetto di perdono», è difficile trovare, almeno in Europa, Paesi di origine cattolica lassisti quanto il nostro.


Sei iscritto alla Guida alla settimana?

Il dilemma di Riace

Quale principio deve prevalere tra il rispetto della legge e il valore della solidarietà? Se ne discute a margine del caso che ha visto protagonista, suo malgrado, il sindaco di Riace, Domenico Lucano. Per il gip è colpevole di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, per i suoi sostenitori di aver piegato la legge alle ragioni dell’umanità. Questione di ruoli e di prospettive: «quando si scontrano due leggi – scrive Antonio Maria Mira su Avvenire – la legge dell’amore e la legge dello Stato quasi sempre vince la seconda. Ma la prima non perde mai. Mimmo Lucano non è un eroe, ma non è neanche un criminale». Il suo limite, secondo Mira, è stato un “eccesso di solidarietà“, quel sentimento che – forse “sbagliando sugli strumenti”, ma questo lo stabiliranno i giudici – gli ha permesso nel tempo di rendere Riace «un paese accogliente, ordinato, pulito. Dove gli immigrati, i rifiutati della terra, sono accolti e integrati. E dove i rifiuti dell’uomo sono gestiti efficientemente». Lucano, lo rileva anche Massimo Gramellini sul Corriere, “non è un falso buono”, e “sui migranti non ha guadagnato un centesimo”. Ed è vero che «talvolta il fine giustifica i mezzi – prosegue -, cioè la disobbedienza civile, ma una cosa è essere Gandhi nell’India occupata dalle truppe britanniche, un’altra abitare in una democrazia, dove si rispettano anche le leggi che si vogliono cambiare». Al di là di questo, la vicenda ci porta a «un dilemma etico che dovrebbe interrogare le coscienze e invece, come sempre, da noi sta agitando gli ultrà». Che poi, annota Mattia Feltri sulla Stampa, non si tratta esattamente di disubbidienza civile: «la disubbidienza civile, quella di Marco Pannella e dei radicali, era ed è altro: è la violazione plateale e annunciata della legge proprio perché siano le conseguenze a stabilirne l’iniquità».
Sia come sia, ammonisce Goffredo Buccini, in uno Stato di diritto «il fine non giustifica mai i mezzi, anzi, se i mezzi sono sbagliati pervertono il fine», perché «la solidarietà senza legalità diventa caos e arbitrio».

Questione di prospettive, certo, ma anche di ruoli: il ruolo dei giudici chiamati a valutare la legittimità formale di un comportamento. Ma anche il ruolo di un pubblico ufficiale, il sindaco, chiamato a sua volta ad applicare e rispettare per primo le leggi della Repubblica che servono proprio a tutelare i cittadini.

Come qualunque amministratore pubblico sa, a volte quelle leggi provocano un cortocircuito, finendo per schiacciare il cittadino che dovrebbero tutelare, scatenando di conseguenza in chi le deve applicare un frustrante senso di impotenza. Per questo a volte, intravedendo una possibile scorciatoia, l’amministratore decide di percorrerla.

Il sindaco di Riace, probabilmente con le migliori intenzioni, nel suo piccolo ha scelto di assumersi quel rischio, ma senza farsene portabandiera; per questo, nella migliore delle ipotesi, è difficile dipingerlo come un pericoloso esponente del buonismo sovversivo, come pure, dall’altro lato, come un eroe dell’umanità applicata contro un sistema disumano. La verità, come spesso accade, sta nel mezzo. In equilibrio tra limiti e virtù.


Sei iscritto alla Guida alla settimana?

Consumatori a tempo pieno

Riposo domenicale: torna ciclicamente in primo piano la discussione sull’apertura dei negozi e dei centri commerciali nelle giornate festive, e stavolta è Luigi di Maio ad agitare la minaccia di fare marcia indietro rispetto alla liberalizzazione introdotta dal governo di Mario Monti. Non è del tutto chiaro se per il leader dei Cinque Stelle sia una battaglia di principio o di convenienza (anche solo, come sostengono i più maliziosi, per deviare l’attenzione dalle tematiche più critiche attualmente sul tappeto), ma la questione riporta in evidenza il senso di «un Settimo Giorno dedicato al riposo», che come rileva Michele Serra su Repubblica, «ha qualcosa di catto-comunista» perché «si celebra la momentanea abdicazione del primato del profitto, il fedele può finalmente pregare, il salariato finalmente riposare. La compravendita è sospesa. La macchina del Capitale, almeno per un attimo, fa finalmente silenzio». E di fronte a questa prospettiva, nota Serra, «si può non condividere la suggestione, ma non la si può negare». Il dibattito procede a schieramenti variabili: se i detrattori agitano il rischio di migliaia di posti di lavoro in meno, qualche supermercato furbo ha scartato verso la tradizione, dichiarandosi a favore della famiglia (ma lo hanno fatto anche le Coop). Senza voler fare paragoni anacronistici, i diversamente giovani ricorderanno che dieci anni fa i negozi, alla domenica, erano chiusi, e che nel secolo scorso esisteva addirittura uno stop obbligatorio infrasettimanale. Il problema quindi forse non è tanto l’apertura festiva – che talvolta può rivelarsi un sollievo per le nostre esistenze sempre più affannate – ma la ragione che ci ha spinto a trasformarci in consumatori a tempo pieno.


Sei iscritto alla Guida alla settimana?

Valori lontani

Il momento degli addii a John McCain e Aretha Franklin ha monopolizzato i commenti e le riflessioni di questa settimana: i funerali all’eroe di guerra e alla regina del soul ben hanno rappresentato l’affetto del Paese per due figure che lo hanno accompagnato attraverso decenni intensi, aiutando a forgiare la narrazione popolare degli USA contemporanei. Personaggi talmente significativi che sono stati in grado di parlare alla Nazione anche dopo la loro scomparsa: «nel contesto iper-polarizzato attuale – scrive America 101 -, la morte di McCain ha stimolato una riflessione sui valori fondamentali della democrazia americana, ed è servita come un momento unificante per tutti i suoi cittadini, indipendentemente dal colore politico… Secondo alcuni, il comportamento di Trump in questa situazione esprime la sua incapacità di / indisponibilità ad assumere il ruolo di leader morale del paese. In questo contesto, McCain ha esercitato quel ruolo in via postuma». In altre parole, per dirla con Federico Rampini, l’ultimo giorno di agosto è stato «una giornata in cui improvvisamente l’America si è ricordata di quello che può essere, di quello che è stata: tutti i valori più nobili che l’hanno tenuta insieme per generazioni, senza distinzione di colore politico, e che oggi sembrano lontanissimi».


Sei iscritto alla Guida alla settimana?