Le parole di Sanremo

La 69ma edizione del Festival di Sanremo non ha registrato particolari picchi, né in senso artistico, né sul fronte delle polemiche. Sul piano musicale le ventiquattro proposte spaziano come sempre dall’amore (poco) al sociale, passando per crisi interiori, malesseri relazionali, imbarazzi sociali e domande esistenziali.

Nella prima categoria c’è Arisa, che con la sua “Mi sento bene” si smarca dalle preoccupazioni con un approccio epicureo (“Credere all’eternità è difficile. Basta non pensarci più e vivere”) nel tentativo di trovare un equilibrio tra disimpegno e spessore: si tratta di «una canzone – spiega l’artista a Piero Negri sulla Stampa – che si vuole liberare di tutti i dogmi esistenziali, quando, invece di vivere il presente, elucubriamo su ciò che dovrà essere il futuro. È un inno alla leggerezza. Dice: vivi, non rimandare a domani quello che puoi amare oggi. E non chiederti come sarà la tua vita quando certi capisaldi non ci saranno più. L’importante è amare più che si può in questo momento».

Parla invece di disagio adolescenziale Daniele Silvestri, che nella sua “Argentovivo” punta il dito verso una società che ha dimenticato il valore delle relazioni. «Vedo che molti – ha spiegato il cantautore in un’intervista, offrendo una possibile lettura alternativa del brano – nel trascrivere la canzone usano Signore, con la S maiuscola. Non era mia intenzione, ma lo capisco. C’è qualcosa di religioso o di mistico nel non riuscire a spiegare cosa sia quella fiamma, quell’argento vivo del titolo, che arde dentro di noidalla nascita e che è più luminosa nell’adolescenza».

Infine si presenta delicata e profonda la proposta di Simone Cristicchi, “Abbi cura di me“, una “preghiera laica” (la definizione è sua) in cui riflette con sensibilità sul valore dell’esistenza: «la vita è l’unico miracolo a cui non puoi non credere – recita il testo – perché tutto è un miracolo, tutto quello che vedi, e non esiste un altro giorno che sia uguale a ieri… il tempo ti cambia fuori, l’amore ti cambia dentro; basta mettersi al fianco invece di stare al centro. L’amore è l’unica strada, è l’unico motore, è la scintilla divina che custodisci nel cuore… ognuno combatte la propria battaglia: tu arrenditi a tutto, non giudicare chi sbaglia. Perdona chi ti ha ferito, abbraccialo adesso. perché l’impresa più grande è perdonare se stesso». Un brano che, accompagnato da un’interpretazione particolarmente sentita, si è già guadagnato una standing ovation nella serata di giovedì e potrebbe ben figurare nella classifica finale.


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Duecento anni di Stille Nacht

Alla vigilia di Natale ricorrono i duecento anni dalla prima esecuzione di Stille Nacht, uno dei brani natalizi più tradotti ed eseguiti al mondo: partito da Salisburgo nel 1818, arriva negli Usa come Silent Night nel 1859 e, più tardi, anche in Italia (nel 1937, con un titolo e un testo purtroppo completamente stravolti rispetto all’originale).

Difficile non ricordare che proprio quella melodia, ormai transnazionale, nel dicembre del 1914, durante la Prima Guerra Mondiale, diede il via sul fronte belga di Ypres-Saint-Yvon alla ormai celebre Tregua di Natale: intonando quel brano i soldati sospesero spontaneamente le ostilità e uscirono dalle rispettive trincee in un afflato di fratellanza che li portò a cantare, scherzare, condividere il cibo prima che l’orrore li costringesse, poche ore dopo, a schierarsi nuovamente su fronti contrapposti.


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Equivoci temporali

simboli del Natale – o presunti tali – vengono contestati ormai da anni da chi, con eccesso di realismo, teme possano offendere i nuovi venuti (per inciso, non si tratta di una questione di fede, ma culturale: altrimenti questi paladini della correttezza religiosa si sarebbero attivati anche in passato, per tutelare la sensibilità delle minoranze autoctone).

L’allestimento del presepe, però, quest’anno ha suscitato scetticismo anche all’interno della chiesa cattolica, se è vero che un prete padovano, Luca Favarin (grazie a Marco D. per la dritta), lo ha definito “ipocrita”. Le sue ragioni sono di carattere politico: «Il nuovo decreto sicurezza – ha spiegato a Repubblica – costringe le persone a dormire per strada, quindi l’Italia si è schierata per la non-accoglienza. Poi però, a casa, tutti bravi a esibire le statuette accanto alla tavola imbandita, al caldo del termosifone acceso». Le contraddizioni sollevate da Favarin si basano sul fatto che «il presepe è l’immagine di un profugo che cerca riparo e lo trova in una stalla».
Ferma restando la condivisibilità delle conclusioni (non si può essere cristiani solo tra i muri di casa), è interessante l’equivoco temporale presente nell’esempio di Favarin: se è vero che, con la fuga in Egitto, da bambino Gesù ha vissuto un’esperienza da rifugiato (per usare un termine attuale), è altrettanto vero che il presepe rappresenta un momento precedente. Gesù, ebreo, nacque nella terra dei suoi padri, ancorché in viaggio; confondere la sequenza cronologica pur di giustificare una tesi rischia di aprire la porta ad altre, più pericolose, strumentalizzazioni.


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Idoli e consumi

Per quanti non se ne fossero accorti nonostante la sventagliata di messaggi pubblicitari lanciati in questi giorni, siamo in tempi di Black Friday, il venerdì di forti sconti e acquisti compulsivi che negli Stati Uniti segue il Giorno del ringraziamento; e, in un mondo sempre più globalizzato, era inevitabile che il venerdì nero arrivasse anche da noi, con la sua cornice di prezzi ribassati e corse al presunto affare.

Qualche sociologo potrà spiegare come mai, negli ultimi anni, abbiano preso piede in maniera così marcata dapprima halloween e poi il black friday, mentre curiosamente manchi dal nostro calendario il Giorno del ringraziamento (tra le feste americane autunnali, l’unica con un risvolto cristiano); di certo però, come rileva Gigio Rancilio, anche il consumismo ha un suo particolare retrogusto spirituale: «nei luoghi dove si celebra il Black Friday – scrive su Avvenire – sta accadendo qualcosa di molto simile a un fenomeno religioso, che ha molti tratti in comune con le funzioni delle religioni tradizionali. Anche questo capitalismo ha un bisogno crescente di riti, liturgie, chiese, feste, processioni, canti, parole sacre, sacerdoti, comunità» e li ritrova in «un mondo liberato dal Dio biblico e ripopolato da infiniti idoli».


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L’anagrafe delle opinioni

Se è possibile chiedere all’anagrafe l’attribuzione del sesso che più ci aggrada a prescindere dalle specifiche biologiche, perché non dovremmo poterlo fare anche con l’età? Con questa motivazione un sessantanovenne olandese si è rivolto al tribunale, chiedendo di ordinare agli uffici pubblici di ritoccare la sua data di nascita: vuole, insomma, che gli vengano tolti vent’anni. L’uomo, che di professione fa il motivatore, «ha portato a sostegno della sua tesi pure le prove: i medici infatti gli hanno detto che il suo corpo era quello di un 45enne». E lui, per parte sua, è disposto ad affrontare le conseguenze del suo gesto, rinunciando alla pensione.

La sentenza arriverà tra un mese; per ora il giudice non è parso convinto ma, se non altro, ha aperto uno spiraglio ammettendo «che la facoltà di cambiare genere è un’evoluzione della legge, prima considerata assolutamente impossibile». E quindi, se non oggi, chissà che domani anche l’età non diventi solo un’opinione.


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C’era una volta il privato

Ha fatto ampiamente discutere la scelta di Elisa Isoardi, compagna del vicepremier Salvini, di comunicare il loro allontanamento pubblicando sui social una foto intima e una citazione di Gio Evan.

Prima questione: no, non siete gli unici a non conoscere Gio Evan, anzi; sul tema la reazione più strepitosa è stata probabilmente quella del vignettista e conduttore televisivo Makkox: «ho pensato che fosse una sigla per “Giovanni Evangelista“, e ho chiesto ai miei autori di leggersi tutto il vangelo per trovare la citazione incriminata».

Seconda questione, la foto: un’immagine che immortala non solo due persone, ma anche una tendenza. «Isoardi con quella foto – scrive Giulia Viscardi sulla Stampa – ha una volta di più rappresentato questa sostanza oleosa che è divenuto lo spazio pubblico, dove tutto è uguale, non ci sono ruoli, non ci sono distanze, non ci sono differenze, non c’è alto e basso, pubblico e privato; dove l’intimo di ognuno diventa spettacolo per tutti».


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Maglietta nera

Un’attivista di estrema destra in visita a Predappio esibisce una maglietta nera dove il logo di Disneyland viene preso a prestito e associato ad Auschwitz. Il campo di sterminio per antonomasia assimilato a un parco giochi: un messaggio che non poteva passare inosservato, e infatti l’immagine ha fatto il giro del web, provocando inevitabili commenti scandalizzati. «Non si tratta – scrive Umberto Folena su Avvenire – del vecchio, ridicolo negazionismo teso a minimizzare e a dissimulare. La camerata Ticchi con la sua casacchina finisce per ammettere che i campi di sterminio ci furono. Ma li banalizza, ne fa oggetto di scherno, sommerge la vergogna e l’orrore sotto uno sghignazzo da esibire con orgoglio». E come sempre l’esempio arriva dall’alto: «È caduto l’ultimo freno, l’estrema remora e ci si sente autorizzati a tutto. Il brutto e il volgare sono sempre esistiti. Ma in gran parte restavano intenzioni. Oggi i pensieri si tramutano in opere perché personaggi autorevoli, opinion leader, capi politici, esibendo loro per primi con orgoglio il brutto e il volgare, di fatto autorizzano i fan a fare altrettanto». La vicenda è stata derubricata dalla responsabile a “humour nero”, calembour che in altri momenti avrebbe perfino strappato un sorriso ma che, in questo caso, peggiora la situazione (e non era facile).

Eppure quella maglietta e l’orrore del suo messaggio non sono tutto. Come spesso avviene in questi casi, c’è qualcosa nell’immagine che crea una (dis)valore aggiunto: il sorriso della donna. Un sorriso surreale, che dimostra inconsapevolezza per il messaggio veicolato. Lo stesso sorriso delle donne tedesche quando nell’immediato dopoguerra – lo testimoniano i documentari dell’epoca – entravano nei campi di sterminio pensando a una scampagnata. Con una differenza: loro, da quella gita nell’orrore, uscivano sconvolte, in lacrime, con le gambe tremanti.


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La madre di tutte le manine

Manine, manine ovunque: ormai è diventata un tormentone la denuncia del leader 5 Stelle, Luigi Di Maio, contro chi potrebbe aver modificato il testo del decreto sulla pace fiscale prima della consegna al Quirinale. Inevitabili le polemiche tra il ministro (“c’è chi trama contro di noi”) e i suoi detrattori (“leggete senza capire, votate senza sapere”), con la relativa scia di ironie incrociate.

Su come siano andate le cose si è discusso per giorni, ma probabilmente non si raggiungerà mai una versione condivisa; non resta quindi che rifugiarsi nella storia, rilevando che la vicenda della mano anonima che verga testi incomprensibili (prima) e sgradevoli (poi) ha origini antiche: risale al VI secolo prima di Cristo, ai tempi del profeta Daniele. Per dettagli, potete chiedere al re babilonese Baldassar (ma, se volete uno spoiler, possiamo anticiparvi che non è finita per niente bene).


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Il fantasma del condono

Periodicamente si aggira per il nostro Paese il fantasma del condono. Un concetto che, spiega Francesca Paci sulla Stampa, all’estero faticano a tradurre, figurarsi a spiegare. Sarà questione di mentalità: a sud delle Alpi abbiamo familiarità con il concetto di indulgenza plenaria (periodica, oltretutto); salendo verso nord prevale un’altra etica: in Gran Bretagna «non si arriva alla contestazione delle multe automobilistiche perché tra telecamere e morale protestante non c’è cruna d’ago che tenga». E comunque, anche se «ab origine, la cultura protestante e quella cattolica divergono assai sul concetto di perdono», è difficile trovare, almeno in Europa, Paesi di origine cattolica lassisti quanto il nostro.


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Il dilemma di Riace

Quale principio deve prevalere tra il rispetto della legge e il valore della solidarietà? Se ne discute a margine del caso che ha visto protagonista, suo malgrado, il sindaco di Riace, Domenico Lucano. Per il gip è colpevole di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, per i suoi sostenitori di aver piegato la legge alle ragioni dell’umanità. Questione di ruoli e di prospettive: «quando si scontrano due leggi – scrive Antonio Maria Mira su Avvenire – la legge dell’amore e la legge dello Stato quasi sempre vince la seconda. Ma la prima non perde mai. Mimmo Lucano non è un eroe, ma non è neanche un criminale». Il suo limite, secondo Mira, è stato un “eccesso di solidarietà“, quel sentimento che – forse “sbagliando sugli strumenti”, ma questo lo stabiliranno i giudici – gli ha permesso nel tempo di rendere Riace «un paese accogliente, ordinato, pulito. Dove gli immigrati, i rifiutati della terra, sono accolti e integrati. E dove i rifiuti dell’uomo sono gestiti efficientemente». Lucano, lo rileva anche Massimo Gramellini sul Corriere, “non è un falso buono”, e “sui migranti non ha guadagnato un centesimo”. Ed è vero che «talvolta il fine giustifica i mezzi – prosegue -, cioè la disobbedienza civile, ma una cosa è essere Gandhi nell’India occupata dalle truppe britanniche, un’altra abitare in una democrazia, dove si rispettano anche le leggi che si vogliono cambiare». Al di là di questo, la vicenda ci porta a «un dilemma etico che dovrebbe interrogare le coscienze e invece, come sempre, da noi sta agitando gli ultrà». Che poi, annota Mattia Feltri sulla Stampa, non si tratta esattamente di disubbidienza civile: «la disubbidienza civile, quella di Marco Pannella e dei radicali, era ed è altro: è la violazione plateale e annunciata della legge proprio perché siano le conseguenze a stabilirne l’iniquità».
Sia come sia, ammonisce Goffredo Buccini, in uno Stato di diritto «il fine non giustifica mai i mezzi, anzi, se i mezzi sono sbagliati pervertono il fine», perché «la solidarietà senza legalità diventa caos e arbitrio».

Questione di prospettive, certo, ma anche di ruoli: il ruolo dei giudici chiamati a valutare la legittimità formale di un comportamento. Ma anche il ruolo di un pubblico ufficiale, il sindaco, chiamato a sua volta ad applicare e rispettare per primo le leggi della Repubblica che servono proprio a tutelare i cittadini.

Come qualunque amministratore pubblico sa, a volte quelle leggi provocano un cortocircuito, finendo per schiacciare il cittadino che dovrebbero tutelare, scatenando di conseguenza in chi le deve applicare un frustrante senso di impotenza. Per questo a volte, intravedendo una possibile scorciatoia, l’amministratore decide di percorrerla.

Il sindaco di Riace, probabilmente con le migliori intenzioni, nel suo piccolo ha scelto di assumersi quel rischio, ma senza farsene portabandiera; per questo, nella migliore delle ipotesi, è difficile dipingerlo come un pericoloso esponente del buonismo sovversivo, come pure, dall’altro lato, come un eroe dell’umanità applicata contro un sistema disumano. La verità, come spesso accade, sta nel mezzo. In equilibrio tra limiti e virtù.


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