Dall'Eden al Caucaso

“In principio fu il Caucaso”, titolava nei giorni scorsi La Stampa presentando i risultati di una scoperta che potrebbe cambiare i libri di storia (o, meglio, di paleontologia): in un remoto sito della Georgia (già URSS) sono stati scoperti cinque teschi di un milione e ottocentomila anni fa.

La portata del ritrovamento è presto detta: se la datazione fosse confermata, potrebbe significare che i primi esseri umani vissero nell’Asia centrale e non, come si era ipotizzato in base ai precedenti riscontri, in Africa.

«Parecchio tempo prima che l’Homo erectus abbandonasse il Continente Nero – scrive Francesca Paci – qualcuno, assai simile a lui, viveva ai margini estremi del pianeta… l’antico abitante di Dmanisi concorre oggi per la paternità della progenie umana».

Che si trattasse di un essere, in qualche modo, civilizzato è confermato da un dettaglio: «Tra i teschi – spiega David Lordkipanidze, ricercatore che ha seguito gli scavi – ce n’è uno senza denti, il proprietario o la proprietaria sono sopravvissuti pur avendoli persi tutti. Segno che, nelle condizioni ambientali ostili del profondo Nord, la comunità si era organizzata in qualche forma di mutuo soccorso».

Le teorie scientifiche confermano una loro caratteristica peculiare: sono prevalentemente provvisorie, durano fino a che un dato successivo non smentisce l’idea precedente avvalorandone una diversa.

Sarebbe facile, per un fondamentalista cristiano, esultare: per decenni gli esperti hanno irriso l’ipotesi che la vita umana sia nata in Oriente, e oggi devono ricredersi. La società umana potrebbe, in effetti, essersi sviluppata nei paraggi di quell’area che la Bibbia indica come sede del giardino dell’Eden e di altre vicende primordiali.

Ma, appunto, sarebbe troppo facile: esultare oggi comporterebbe l’accettazione di una sfida che si gioca sui parametri provvisori e parziali di una disciplina scientifica; entrare nel circolo vizioso delle rivendicazioni significherebbe accettare di essere smentiti ancora una volta in caso di successivi ritrovamenti, in una gara senza fine e senza costrutto.

La notizia dovrebbe, piuttosto, aiutarci ad assumere una prospettiva diversa: se i professori di paleontologia si trovano oggi di fronte a un grattacapo ci dimostra solamente – qualora ce ne fosse bisogno – che la fede nel Dio della Bibbia e nella Bibbia stessa non è così inverosibile come molti, e tra quei molti anche qualche cristiano particolarmente progressista, sostengono; anzi quella fede trova conferme anche sul piano pratico. Se lo scienziato, per onestà verso la sua vocazione, deve basarsi solo sulle prove, il cristiano può credere che se non ci sono evidenze alla sua fede non è perché non esistano, ma solo perché non sono disponibili. O perché, come in questo caso, non sono state ancora scoperte.

La fede è, per definizione della Bibbia stessa, “dimostrazione di cose che non si vedono”: qualora emergano ritrovamenti come quello georgiano, per il credente potranno essere solo una conferma; se invece continueranno a mancare, come per altre vicende raccontate nella Bibbia, la loro assenza non comprometterà le nostre convinzioni.

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Pubblicato il 23 settembre, 2009, in Uncategorized con tag , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. 5 commenti.

  1. …sempre tenendo conto del fatto che viene dato per scontato il sistema di datazione dei reperti. Cosa invero assai discutibile.

  2. Tanto quelli che non sono disposti a credere non crederebbero in ogni caso (Luc. 16:31).

  3. Perchè la fede non è dimostrabile ma solo CREDIBILE!!!
    A coloro che invocano prove dell’esistenza di Dio sarebbe solo da replicare che non c’è peggior cieco di chi non vuol vedere… poichè di prove ce ne sono tante ma sta alla sensibilità del cuore riconoscerle e accettarle!

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